Benches

Recentemente sono rientrata in contatto con un mio ex ragazzo.

Era Bologna, avevo 20 anni, studiavo arabo ed ero magra al punto che un maglione bianco sembrava un’idea accettabile. Lui aveva la “Z” bolognese, gli “scendeva una gran catena” e guidava il motorello, o motore, su e giù per i colli.

Mi piaceva, con quel suo modo di fare sfuggente, tipico di chi non è una potenziale relazione, bensì un sicuro Vietnam. E io sono una che solitamente l’odore del napalm al mattino, dal punto di vista sentimentale, se lo va proprio a cercare. E se non me lo cerco mi trova lui.

Non sono solita provarci con un ragazzo, lancio segnali, dai più sottili ai meno sottili quando sono vicina all’esasperazione, ma prima mossa effettiva mai. Per cui chiacchiere, sorrisi, posti accanto a lezione, mentre io schizzo abiti su un foglio e lui mi scommette che ero una di quelle bambine che avevano “Gira la moda”.

Finchè una compagna di corso comune non gli dice chiaramente che la sottoscritta ha un interesse nei suoi confronti, e allora primo bacio in un pub, coinquilina che mi chiede che macchina abbia e la sottoscritta che non ne ha la più pallida idea o il benchè minimo interesse, pomeriggi assolati in piazza Santo Stefano, notti primaverili tra gli alberi del Parco Talon, lenzuola stropicciate post lezione o post esame, viaggi sull’11B, che presto diventò l’autobus che mi rendeva particolarmente sorridente.

E poi niente, poi cuore spezzato su una panchina dei Giardini Margherita e tante lacrime. Sono passati 11 anni ma quella panchina la riconosco ancora, lì dove arrivai e mi sedetti in coppia e mi alzai andandomene da sola.

Negli anni ho spesso ripensato a lui, avrei voluto rimettermici in contatto ma il numero di cellulare non era più attivo. L’ho ritrovato adesso, che sono in Australia, mentre lui è in Polonia. Ci siamo ripromessi di sentirci via Skype per raccontarci un po’ che cosa è successo in tutto questo tempo.

Questo mi ha fatto riflettere su di me e sulla persona che sono oggi. Riguardo quella ragazza su quella panchina, col cuore a pezzi e un immenso rancore verso se stessa. Ero una ragazza troppo presa dal compiacere gli altri per fermarmi a chiedermi che cosa rendesse felice me, ero troppo occupata a elemosinare amore per domandarmi se amore da parte di quella persona potesse avere un qualche valore reale per me, sempre presa a dimostrare di essere all’altezza quando ero fermamente convinta di non esserlo, in qualunque contesto, a priori.

Oggi guardo indietro e vedo quanto sono cambiata, dal momento in cui ho capito che rendere felice me stessa era il prerequisito necessario per portare poi benessere nella vita altrui, che essere onesta è il regalo maggiore che posso fare alle persone che amo, perchè se cerco di accontentarle a discapito delle mie inclinazioni, non dò loro l’opportunità di conoscermi e tutto si riduce a una farsa che scimmiotta in maniera grottesca un rapporto autentico.

Oggi non fingo più di accettare quello che non mi va bene, non lascio che qualcuno mi ferisca, giustificandolo con mie supposte mancanze, non dedico il mio tempo libero a cose che non mi va di fare e a persone che non mi va di vedere, perchè ho capito che questo è troppo prezioso. Non pretendo che tutti vivano secondo quello che è il mio stile di vita ma non mi costringo ad adeguarmi a quello altrui, se troppo distante dal mio.

Ho passioni e interessi a cui dedico il mio tempo e vivo bene se a fine giornata sento di aver fatto un milione di cose, non sono una che sta due ore di fronte al televisore, a meno di non essere in depressione totale, cosa che nessuno che tiene a me si augura. E oggi sento che questo non cambierà nella mia vita, anche se a volte allontana le persone che a differenza mia vivono molto più alla giornata. Ma non me ne faccio una colpa perchè ho imparato che se non mi metto io al primo posto nessuno lo farà per me.

Oggi mi chiedo se tra 11 anni mi guarderò indietro e mi vedrò di nuovo profondamente cambiata e mi chiedo se forse a volte sono troppo rigida e intransigente però alla fine mi rispondo che no, oggi su quella panchina sono in grado di sedermi da sola e godermi un bel libro.

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Panico

Caspita ma quant’e’ che non scrivo? E’ che fare l’immigrata e’ faticoso. I giorni passano e il tempo per se stessi rasenta sempre lo zero.

Sono sempre a Sydney e in questo momento sto avendo un attacco di panico in ufficio. Quando hai un attacco di panico al lavoro, dall’altra parte del mondo, e’ un po’ un casino perche’ il fuso orario non aiuta a sentire le persone care. Allora ti senti abbastanza sola ma pensi anche che hai un’eta’ e la cosa la devi gestire. Se hai gestito la foresta pluviale puoi gestire l’attacco di panico in ufficio. Cosa faccio? Esercizi di respirazione, l’unica cosa che posso fare.

In questi giorni sono abbastanza isterica, non so nemmeno io perche’. Forse il fatto di lavorare tutto il giorno a contatto con il pubblico mi ha resa particolarmente irritabile anche perche’ il pubblico con cui lavoro io e’ un pubblico di gente che ve la raccomando.

Lavoro in una scuola per poveri, dove faccio amministrazione e servizio studenti. Poveri e ignoranti che vogliono vivere sulle spalle del governo australiano e frequentare un corso in cui non fanno nulla per avere ulteriori finanziamenti dal governo e poter dimostrare di essere studenti a Centrelink, che praticamente e’ l’Inps australiana, in modo da non essere costretti a cercare lavoro. Ma questa e’ una lunga storia.

Io comunque ho a che fare con gente che e’ cittadina australiana e non parla una parola di inglese, che si iscrive al corso poi torna e dice che ha cambiato idea perche’ quando ha compilato il modulo di iscrizione non aveva gli occhiali e quindi non aveva capito che cosa stesse facendo, gente che vuole fare il corso online ma non ha un’email, gente che entra per dirti che non si vuole iscrivere… ah ok, grazie, il feedback del non cliente e’ sempre utile.

In tutto cio’ posso dirvi che il mio stipendio e’ ridicolo, perche’ sono un’immigrata e che il tempo di cercare altro e’ poco, cosa che deve cambiare a breve.

Non e’ facile fare gli immigrati, e’ abbastanza stressante come cosa, se proprio devo dirla tutta, pero’ non e’ che avessi molta scelta. E le notizie che leggo dall’Italia mi fanno solo pensare che tornare e’ fuori questione.

Bene, torno al mio attacco di panico, che’ sto scrivendo senza scrivere niente…

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I diritti degli immigrati.

Le giornate deliranti diventano settimane deliranti e non c’è mai il tempo per scrivere, su questa tastiera che è nuovamente impazzita. Non solo non c’è tempo di scrivere, non c’è il tempo di respirare, di andare a sedersi di fronte all’oceano a godersi un po’ i propri pensieri in silenzio.

Sono successe molte cose, su cui spero di riuscire a scrivere presto. Traslochi, nuovi lavori, nuovi coinquilini, rinnovo assicurazione medica, nuovi biglietti aerei…un immigrato non conosce tregua, e prima di giudicare bisogna provare. Quando vedo italiani che si riempiono la bocca di facili pressapochismi sugli immigrati mi viene il nervoso. 50 anni fa gli immigrati eravamo noi. E oggi siamo di nuovo noi. Perchè la cosa assurda è che questa gente sputa veleno e reclama ingiusta giustizia per un paese in cui nemmeno chi è disposto a lasciare la terra natia per disperazione è più disposto ad andare. Ma questi soggetti sono troppo presi a inveire a vanvera per guardare ai fatti. 

Comunque, non è di questo che volevo parlare. Chiedo perdono ma sono veramente molto stanca, a lavoro parlo inglese, francese e arabo; a casa cerco di recuperare lo spagnolo, e al momento non ho particolari certezze nemmeno sul mio nome, figuriamoci seguire un filo logico di ragionamento…

Ciò che volevo dire è che il cambiamento più sostanziale è che ho di nuovo delle emozioni. Da maggio a oggi sono praticamente stata anestetizzata, incapace di mettermi in contatto con le mie emozioni, non solo con quelle positive, su cui ho maggiori difficoltà, ma anche con quelle negative. C’era in me un vuoto sordo, una cantina insonorizzata.

Ricomincio a sentire. Mi mancavano le mie emozioni, tutte. Sento la serenità di fronte alle difficoltà e agli imprevisti. Riesco a razionalizzare e a pensare che sostanzialmente ogni cosa eccetto la morte si risolve, scrollo le spalle e vado avanti col sorriso. Devo di nuovo traslocare? E amen. Se amo i vestiti come dico, piegarli non è un problema. Devo cercare di nuovo lavoro? Ok, si fa.  Devo prendere un aereo e nemmeno per andare dove voglio? E vabbè, mi faccio un giro e sfoggio il mio talento nell’addormentarmi in aereo ancora prima che decolli, io che generalmente soffro di insonnia.

Tornano il desiderio e la mancanza, di qualcuno che non ho mai avuto, per quanto ci abbia provato. La canzone che non riesco ad ascoltare perchè mi ricorda il tragitto più straziante che abbia mai fatto. Anche in quella manciata di chilometri mi sentii vuota, ma era un vuoto “vivo”, che mi scavava nella carne.

Tornano le domande e i “se”, e la consapevolezza che se tornassi, quei messaggi a cui ora mi risponde forse rimarrebbero sospesi in eterno in attesa delle sue parole, perchè non sarei più a questa incolmabile e rassicurante distanza.

Eppure tornerei lo stesso, perchè i “se” sono sufficienti. Magari non andrebbe come sopra, magari potrei ritrovare il suo abbraccio e il suo sorriso, appoggiare la testa sulla sua spalla e dimenticare che c’è un resto, da qualche parte, nel mondo.

Non torno perchè sono egoista. Mi metto al primo posto. Il lavoro e la conseguente autonomia sono me è la prima cosa, l’Italia il lavoro non me lo dà e io rimango qui a testa in giù, a fare cose che mai avrei immaginato nella vita, a sentirmi ogni giorno un po’ più forte e consapevole. Ma non passa giorno in cui io non lo pensi, in cui non immagini un mondo in cui le nostre giornate si intrecciano e posso addormentarmi mentre lui mi stringe forte e scaccia la mia insonnia. Non dico tutte le sere ma almeno con una certa regolarità. Un mondo in cui la possibilità di vederlo sia reale. Non passa un giorno in cui non sappia già a priori che nessuno potrà prendere il suo posto. Alla fine, per fortuna, sognare è un diritto che nessuno può toccarti.

       

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Working holiday Visa: The trial.

Some Italians come to Australia and think they are in Italy, in other words they think thay have to be grateful if someone offers them a job as if they were giving them a kidney, they do not have to ask how much are they going to be paid per hour, they are submissive and subjugated to their boss carrying some butter in their hands, ready to use.

Italians having a business in Australia know that, and behave accordingly.

Let’s make some things clear:

1.We are not in Italy.

2. Since we are not in Italy there are rules in the job market and every profession has an established hourly wage. ESTABLISHED. Employers can’t get up one day and decide today they will pay you half or double the amount the payed you yesterday.

For many jobs, in addition to the interview, there is a trial, where the employer tests you to see if you are suitable for the job. The trial has rules, too:

– Within 2 hours may not be paid.

– Over 2 hours it has to be paid, maybe less than what would be normal hourly wage but it should be paid.

For example, some time ago I went to do a trial for Australians. I worked for 4 hours, and they gave me $50, cash in hand. I didn’t get the job as they were looking with someone with experience in the role, which I didn’t have, but they paied me,since I worked. (For Italians the difference between work and charity is more and more unclear).

The day before yesterday I went for a trial for an Italian who opened a fast food last October, in a mall in the middle of nowhere, 50′ by bus from CBD. At first, he told me to go for an interview then, the evening before the interview, he asked me if I wanted also to do the trial since I was going all the way up there; of course I said yes. The “trial” lasted for six hours and I haven’t been paied a dime. He made the big gesture of giving me 2 slices of pizza to take home, with great magnanimity. Dude, you can keep your pizza, don’t bother. The big proposal at the end of the 6 hours was: “Come here full time, 6 days out of 7, for 15 dollars per hour” …

My questions were of course time of shifts and number of hours per week. He said he would always need me in the evening for closing and for the hours he doesn’t know, it can vary from 30 to 50 per week (which is quite a variation). The minimum wage for that type of work would be $ 18 an hour, and I have to pay taxes. If he wants me there for closing the shop, and he always wants me to work on a Saturday, it means that before 7/7.30pm I can’t be in the city and I could hardly take other jobs in the evening. Being busy on Saturday I would also lose most chances of casual jobs, which could be really well paid.

Worst case scenario: 30 hours at $15 are $450 per week. A week fixed costs are: rent, between 150 and 200, transport 40. Add food and in my case, unfortunately, cigarettes and little remains. All this to live a shitty life in which you share a house with other 12 people to save money, you get up at dawn and return in the evening, rationing the food, do not go out and spend no money whatsoever for your passions, such as yoga, dance or gym. Living like this would make some sense in the outback, where the cost of living is very low compared to the big cities. Go in the middle of nowhere, work like a slave, put a lot of money aside. There it has some meaning. Here it’s doing charity to the swindlers. (and anyway, I mean it makes sense if you get the right wage, not if they underpay you).

He also told me that if I work for him, in case I want to quit I have to give him 2 weeks notice, as “I doesn’t want to get fooled by any 20 something whippersnapper, I know you are 30 and well educated but still, I need to have this conversation with you”.

It’s always interesting to see how many guarantees want people who are giving you none.

He said he would have been in touch with me today as he still had to see another girl.

At the moment I am working as a casual and this doesn’t cover my weekly expenses and in the meantime I am looking for something else, so before refusing a job I think twice, but in this case I won’t.

I didn’t do charity to the swindlers in Italy, I definitely didn’t come to Australia to do it here.

What makes me angry is that there are people who accept it. Accept the $15 an hour, some even 13, and make the situation worse for everyone. They are like those people in Italy who work for free or for ridiculous amounts just to do something, and can support themselves only through family help. Then, when you suggest to do something together (concert, theater, evening) they start annoying you, without even asking for more info about the event, jumping directly to the “How much is it?”question.

The other thing that makes me angry is that we Italians always manage to ruin everything, everywhere. This is a country that works. With its pros and its cons, like all countries, but it works. We manage to ruin even the countries that work, exporting arrogance, carelessness and improvisation. “I am an entrepreneur who opened a business because I have a vision” (because they speak so, as if the rest were not terrifying enough already) “and you have the great opportunity to be part of this business in the start-up phase for then have a medal of wood in the afterlife”.

Here too there is always a basic flaw. If you’re an entrepreneur and you need workers, the fact that you can not pay them is your problem, not the worker’s. If you have the vision but not the dosh, it is still your problem. It means that you will do the job of 4 people, if you believe in your idea, until you can afford to hire someone respecting the minimum decent employment conditions.

I’m not choosy. I never said I was overqualified, since I went to university, to do any job. I did the postwoman, I scratched floors, I did mulching in the rain forest, rummaging in the organic because some moron could not figure out that on the bin was written, in Arial 36, “just food” in his native language, and he threw the whatever in it.

I’m working as a waitress with the humility of those who have no experience in a profession and want to learn how to do the job well, not with the face of those who think they are superior. Each job is worth, and worthy have to be the conditions of work. I do not accept to work in inhuman conditions for the dream of someone else and I do not spoil the opportunities of many because I lack the spine.

Italians migrate to Australia to work. But if you come here to work according to the “no rules” Italian job market, well, you better stay home at mama’s.

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Working holiday visa: il trial.

Alcune persone arrivano in Australia e pensano di stare in Italia, ovvero di dover ringraziare se qualcuno offre loro un posto di lavoro come se gli stesse donando un rene, di non dover chiedere quanto verranno pagati l’ora, di dover essere sottomessi e asserviti al boss con panetto di burro in mano pronto all’uso.

Gli italiani che hanno business in Australia lo sanno, e si comportano di conseguenza.

Chiariamo alcune cose.

1.Qui non siamo in Italia.

2. Non essendo in Italia ci sono delle regole in materia di lavoro e ogni mestiere ha una retribuzione oraria minima STABI LITA. Non è che uno può svegliarsi un giorno e decidere che oggi ti paga la metà o il doppio rispetto a ieri.

Per molti lavori, oltre al colloquio, c’è il trial, ovvero la prova. Il datore di lavoro ti fa lavorare e vede se puoi interessargli o me no prima di dirti se ti prende o no. Il trial, anche qui, ha delle regole:

  • Entro le 2 ore può non essere retribuito.

  • Oltre le 2 ore va pagato. Magari meno di quella che sarebbe la paga normale ma va pagato.

Per fare un esempio, tempo fa sono andata a fare un trial per australiani. Mi hanno tenuta 4 ore, al termine delle quali mi hanno dato 50 dollari, in nero. Non potevano prendermi perchè cercavano qualcuno con esperienza, che io non avevo in quell’ambito, ma il tempo in cui sono stata da loro è stato ripagato.

L’altro ieri sono invece andare a fare un trial per un italiano che ha aperto un’attività da ottobre scorso. Ha un fast food in un centro commerciale in mezzo al nulla, a 50′ di bus dal centro città. Prima mi ha detto di andare per un colloquio, la sera precedente il colloquio mi ha chiesto se desideravo fare anche una prova, visto che andavo fino là; ovviamente ho risposto di sì. La “prova” è durata 6 ore al termine delle quali non mi ha dato nulla. Ha fatto il gesto di quello che mi voleva dare due pezzi di pizza da portare a casa, con grande magnanimità. Tienitela la pizza e stai pur tranquillo. La grande proposta, al termine delle 6 ore è stata: “Vieni qui full time, 6 giorni su 7, ti dò 15dollari l’ora”.

Le mie domande sono state ovviamente orari e numero di ore per settimana Gli orari a cui gli servirei comprendono la chiusura. Le ore non sa, possono variare d a 30 a 50 (che è un bel variare).

La paga minima per quel tipo di lavoro sarebbero 18 dollari l’ora, e ci devi pagare le tasse. Se mi vuole per la chiusura, e sempre il sabato, significa che prima delle 7/7.30pm non sono in centro e quindi difficilmente riesco a fare altri lavori la sera. Col sabato occupato inoltre, mi giocherei tutti i casual (lavori a chiamata) possibili di questo mondo (una volta fatta un po’ di esperienza, se fai il cameriere nel weekend ti pagano almeno 25 dollari l’ora).

L’opzione peggiore: 30 ore a 15 dollari sono 450 dollari a settimana. A settimana le spese fisse sono: affitto, tra i 150 e i 200, trasporto 40. Aggiungi vitto e nel mio caso purtroppo sigarette e resta ben poco. Ben poco per fare una vita di merda in cui condividi una casa con altre 12persone per risparmiare, ti alzi all’alba e torni la sera, razioni il cibo, non esci e non ti dedichi a nessuna delle tue passioni a pagamento, tipo yoga, danza o palestra. Fare una vita così ha senso se fatto nell’outback dove il costo della vita è bassissimo rispetto alle grandi città. Vai in mezzo al nulla, lavori come uno schiavo, metti un sacco di soldi d a parte. Lì ha senso. Qui è fare elemosina ai lestofanti. (e comunque intendo che ha senso se ti pagano il giusto, non se ti sottopagano).

Mi ha anche detto che, se lavoro per lui, nel caso in cui voglia andare via devo dargli un preavviso di 2 settimane, perchè “non mi faccio fregare da qualunque ventenne sbarbatello, tu hai 30 anni e sei laureata ma questo discorso te lo deve fare lo stesso”. È sempre interessante vedere quante garanzie ti chiedono coloro che non te ne danno nessuna.

Mi ricontatterà oggi per farmi sapere, dato che avrebbe visto ancora una ragazza.

Al momento ho un lavoro saltuario che non mi permette di coprirmi le spese settimanali, e intanto cerco altro, per cui sono in una situazione in cui prima di rifiutare un lavoro ci pensi due volte, in questo caso però no.

Non facevo la carità ai lestofanti in Italia, non sono sicuramente venuta in Australia per farla qui.

Quello che mi fa arrabbiare è che ci sono persone che accettano. Accettano i 15 dollari l’ora, alcuni anche 13, e peggiorano la situazione per tutti. Sono come quelli che in Italia pur di far qualcosa accettano di lavorare gratis o per cifre ridicole, mantenendosi poi grazie all’aiuto di familiari e rompendoti le balle ogni volta che proponi qualcosa (concerto, teatro, serata) senza nemmeno chiederti di che cosa si tratta nello specifico, ma incalzando subito con il “quanto costa?”.

L’altra cosa che mi fa arrabbiare è che noi italiani riusciamo a rovinare sempre tutto, ovunque. Questo è un paese che funziona. Con i suoi pro e i suoi contro, come tutti i paesi, ma funziona. Noi riusciamo a rovinare anche i paesi che funzionano, esportando arroganza, improvvisazione e pressapochismo. “Io sono un imprenditore che ha aperto un business perchè ha una vision” (ché poi parlano così, come se il resto non fosse già abbastanza terrificante) “e tu hai la grande opportunità di essere parte di questo business in fase di start up per avere poi una medaglia di balsa nell’aldilà”.

C’è sempre un vizio di fondo. Se tu sei imprenditore e hai bisogno di lavoratori, il fatto che tu non li possa pagare è un problema tuo, non del lavoratore. Se hai la vision ma non la grana, problema tuo. Vorrà dire che lavorerai per 4 se credi nella tua idea finchè non ti potrai permettere di assumere qualcuno rispettando le minime condizioni di impiego dignitoso richieste.

Io non sono una choosy. Non ho mai messo la laurea davanti a un impiego. Ho fatto la postina, ho grattato pavimenti, ho fatto il compostaggio nella foresta pluviale, ravanando tra l’organico perchè qualche deficiente non riusciva a capire che sul bidone c’era scritto, in Arial 36 “solo cibo”, nella sua lingua madre, e ci buttava la qualunque. Sto facendo la cameriera con l’umiltà di chi non ha esperienza e desidera imparare a fare bene il lavoro, non con la smorfia di chi pensa di essere superiore. Ogni mestiere è degno, e degne devono essere le condizioni di lavoro. Io non accetto di lavorare in condizioni disumane per il sogno di qualcun altro e non rovino le opportunità di molti per mancanza di spina dorsale.

In Australia si viene per lavorare. Se però si viene per lavorare secondo le “non regole” del mercato del lavoro italiano è meglio stare a casa da mammà.

 

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Shadowplay

E’ molto che non scrivo e ci sono una serie di ragioni per questo, ragioni di cui non vi parlerò. 

Oggi ero a un parco qui dietro che pensavo di correre. Dopo 7 minuti ho smesso e mi sono messa a camminare. Menomale che dovevano essere 40 minuti. Ma a volte le gambe non ce la fanno. I polmoni, il cuore… su quelli ci lavori. Sulle gambe no. Che poi a me disgusta veramente correre ma è l’unico sport gratis che posso fare al momento e quindi te lo fai piacere. Ci riproverò domattina. 

Mentre ero al parco che cercavo di contrattare con me stessa una camminata al posto della corsa messaggiavo con un’amica su whatsapp. Mi mancano moltissimo gli amici. Mi sento davvero sola. A Sydney a parte un’amica che ha la sua vita e la sua routine non ho nessuno. Ho conosciuto alcune persone ma non hanno nulla a che fare con me. Ho provato a uscirci qualche volta ma… il tedio più totale. Superficialità, chiasso, discorsi banali e vuoti. 

Non ho mai pensato che avrei sostituito gli amici, quelli veri, con altre persone qui. Ma nemmeno che mi sarei sentita tanto sola e vuota. Tremendamente vuota. Credo di essere un po’ depressa, passerei le giornate a letto, ma non è esattamente la cosa migliore da fare se sei da solo in un altro paese e devi cercare casa e lavoro. 

Adesso ero qui che mi rileggevo online dei passaggi dalla Casa in collina di Cesare Pavese e pensavo che qui noi italiani abbiamo la reputazione di saper cucinare. Come se in Italia tutti impastassimo gnocchi e pizze da mane a sera. Poi ho pensato ai prodotti italiani che gli italiani cercano qui… i pan di stelle, la pasta barilla, le fette biscottate, il prosciutto e via dicendo. Se cerchiamo cibo non possiamo poi lamentarci che ci assimilino al cibo. E i libri? 

L’altro giorno in una libreria qui a Potts Point mi sono soffermata sulla sezione classici, c’erano dei testi di Calvino. Erano in inglese ma ero contenta perchè ho pensato: ecco, ci siamo. Chissà se ci sono anche testi in italiano… Vi farò sapere. 

’- Devo baciarti, Cate? – Stupido, – disse, sempre calma, – non è questo che dico. Se io avessi voluto, mi avresti baciata da un pezzo -. […] – Sei come un ragazzo, un ragazzo superbo. Di quei ragazzi che gli tocca una disgrazia, gli manca qualcosa, ma loro non vogliono che sia detta, che si sappia che soffrono. Per questo fai pena. Quando parli con gli altri sei sempre cattivo, maligno. Tu hai paura, Corrado.’ ’- Prendi me, – le dissi. – Anch’io da ragazzo studiavo le scienze. E non sono diventato nessuno. – Cosa dici? Tu hai la laurea, sei professore. Vorrei saper io le cose che sai. – Esser qualcuno è un’altra cosa, – dissi piano. – Non te l’immagini nemmeno. Ci vuole fortuna, coraggio, volontà. Soprattutto coraggio. Il coraggio di starsene soli come si gli altri non ci fossero e pensare soltanto alla cosa che fai. non spaventarsi se la gente se ne infischia. Bisogna aspettare gli anni, bisogna morire. poi dopo morto, se hai fortuna, diventi qualcuno. – Sei sempre lo stesso, – bisbigliò Cate. – per non farle, ti rendi le cose impossibili.’ Cesare Pavese, La casa in collina

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Meritocrazia sentimentale

Quando io andavo al liceo, e non c’era ancora la moda di farsi 45 foto, o meglio selfie, ogni 30 secondi, condividerle su 30 social e poi iniziare la seguente tiritera con le amiche: “oh come sei bella” (20 cuori), “no tu di più” (25 cuori), “ma no cucciola tu!” (30 cuori), “ma no cuore, tu!” (35 cuori) e via così, ad infinitum, o almeno fino alla fine del mio livello base di sopportazione… bene, quando io andavo al liceo, ché sono anziana ormai, la modalità era la stessa, ma meno invasiva.

Una compagna entrava in classe e diceva che era brutta… e subito tutte le amiche a rassicurarla e dirle che era bella; le brutte davvero a pensare di ucciderla infilandole la spugna della lavagna in gola.

Quella magra si definiva grassa “oh, no ma non sei grassa!”, le dicevano le amichette, mentre quelle che la odiavano, perchè lei era magra e loro no, e faceva anche la parte di quella coi problemi di peso, sognavano di legarla a una sedia e rimpinzarla di merendine fino all’esplosione.

Con gli anni ci sono persone che rinsaviscono e, quando ricevono un complimento, si limitano a dire: “Grazie”… sì, sembra incredibile ma quella parola è sufficiente; e dall’altra parte ci sono persone che smettono di dire una cosa per sentirsi rassicurare dell’opposto. Non tutti, per carità, ma alcuni rinsaviscono.

Rimane tuttavia nel subconscio, o almeno nel mio è rimasta, la convinzione che quando una persona cerca in qualche modo di sminuirsi manifestando insicurezza o inadeguatezza bisogni rassicurarla del contrario con profonda enfasi. Non mi ero mai resa conto che questa convinzione mi fosse rimasta lì, mi consideravo una di quelle “rinsavite”. Ciò che non vedevo è che forse ero rinsavita quasi totalmente per quanto riguardava me stessa e avevo smesso di scusarmi per i complimenti ricevuti o di cercare conferme all’esterno, ma con gli altri continuavo a mettere in atto lo stesso schema.

Lo capii anni fa. Ci volle il mio ex per farmelo capire. Agli inizi della nostra relazione, io tutta presente, affettuosa e amorevole, nella peggiore modalità geisha possibile insomma, mi sentivo spesso ripetere la seguente frase: “non me lo merito”. Non meritava la colazione a letto, non meritava la sorpresa, non meritava il bigliettino dolce… Io, evidentemente lobotomizzata, lo guardavo con dolcezza e dicevo “sì, invece. Te lo meriti.”. Il senno di poi e il torto di oggi mi avrebbero dimostrato che vaneggiavo.

La verità, come mi ha insegnato l’esperienza, è che quando un uomo vi dice di non meritare determinate attenzioni da parte vostra è così. Punto. Non è la vostra amica fragile e insicura, è un uomo, quindi dice quello che pensa. Che poi a voi possa non piacere è un altro discorso (parlo al plurale ma magari l’unica idiota che travisa la realtà sono io). Fare finta di non capire non servirà a molto, se non a buttare via del tempo.

Grazie al mio ex oggi il “non me lo merito” mi è molto chiaro. In poche parole vuol dire: “non me lo merito perchè tu provi per me sentimenti decisamente superiori a quelli che io provo per te”. E no, non è bello, non suona bene, ma è così.

Di fronte al “non me lo merito” ci sono tre strade: il lobotomizzato “sì, invece!” per continuare a costruire una relazione da sole in tutta serenità, l’allontanamento silente strategico perchè tanto lui ha già detto abbastanza per entrambi, oppure si può anche valutare un più deciso “portami una sedia e vattene”, alla Piero Ciampi, o un “vaffanculo e muori” alla Closer, che non è elegante, ma in determinate circostanze un travaso di bile è comprensibile.

Questo è il delirio di oggi. Delirio peraltro di inutile condivisione perchè tanto chi è più furba di me già lo sa e chi non è proprio acuta, come non lo sono io, dovrà sbattere il naso più volte sul “non me lo merito” prima di arrivare all’illuminazione.

 

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Solitudine affettiva nella foresta pluviale

Dopodomani l’incubo è finito. Basta. 88 giorni fatti, si torna alla civiltà… Forse, come capirete dopo. 

Da quando sono arrivata qui nella foresta pluviale mi sono guadagnata i seguenti soprannomi: Indiana Jones e Lara Croft. In realtà non ho fatto nulla di eccezionale ma, fortunatamente visto il contesto, non soffro, a differenza dei più, di aracnofobia e danza e yoga mi hanno reso possibili alcune performance particolarmente acrobatiche, salvo poi distruggermi un ginocchio nella maniera più idiota del mondo. Comunque… I soprannomi di cui sopra bene esprimono l’idea che molte persone hanno di me, quella tosta, quella che non deve chiedere mai, quella che “tanto su sei forte, ce la fai”. Sarà vero… parzialmente. Molto parzialmente, perchè intendiamoci, io di qui ne sto uscendo devastata, ma non tergiverso rispetto a quello che voglio dire. Quello che voglio dire è che molte persone mi vedono appunto come la superdonna priva di sentimenti, quella pratica, che non si perde in smancerie, persino maschile in certi atteggiamenti e poi io una mattina arrivo, dal nulla abbraccio qualcuno e tutti restano sconvolti. La sottoscritta che si esibisce in slanci affettivi senza preavviso. Sì, assolutamente. Io degli abbracci ne ho bisogno. Lo so che fanno stare meglio, che tutti li desideriamo eccetera. Ma io ne ho proprio BISOGNO. 

Dopo tre mesi qui sono in un uno stato di carenza affettiva tale che mi viene da abbracciare persino gli alberi. Mi rendo conto che ho una folle necessità di contatto fisico. Oggi ho fatto un massaggio a un’altra ragazza, ho accarezzato i capelli di una appena arrivata, ieri sono arrivata al punto di accarezzare i capelli della figlia del fenomeno che gestisce la baracca. Il che è tutto dire. 

(Parentesi: Ma farsi toccare i capelli che cosa meravigliosa è? Se un giorno potessi avere del personale di servizio non me ne fregherebbe nulla della donna delle pulizie, o di quella che stira, tanto stirare è solo una questione di emergenza che raramente si verifica ormai. No. Io vorrei qualcuno che mi accarezza i capelli per un’ora, almeno 3 volte la settimana, ecco, questo sarebbe bello.)

Quindi sì, sono in questo stato fastidioso e molesto di seria necessità che sta andando totalmente fuori controllo per cui temo che mercoledì in aeroporto abbraccerò il tizio al metal detector e questi si sconvolgeranno e mi deporteranno per via di una condotta altamente deplorevole in una società di stampo anglosassone; sì potrebbe accadere ciò, e questo è il motivo per cui dico che forse ritorno alla civiltà, perchè appunto, magari mi arrestano. 

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Stolen hugs in the down under.

Se voglio rimanere qui devo imparare a lasciar andare. Lasciar andare la rabbia nei confronti degli stronzi, ché se lo stronzo è il tuo capo, o trovi altro o devi subire, ma questo a ogni latitudine. Lasciar andare le aspettative, i dubbi, la sensazione di essere sempre in procinto di fare una scelta sbagliata, perchè basata su povertà di informazione. Lasciar andare l’ansia da prestazione e da risultati immediati a cui mi sottopongo sempre e che finora si è solo dimostrata il modo migliore per autosabotarsi.

Lasciar andare alcune persone. Perchè è tempo. Le persone per cui non sei abbastanza, non lo sei mai stata, ché con i mulini a vento ci hanno già combattuto.

E’ tutto il giorno che ho un nodo in gola e gli occhi velati e non so bene da dove arrivi tutto questo, perchè stia così. O forse lo so ma non me lo voglio dire. Piangere mi farebbe bene, ma so già che è fuori discussione, me ne andrò in giro così, con la faccia da anima in pena e ricaccerò le lacrime indietro fino al momento in cui rinunceranno a cercare di esprimersi.

Oggi pomeriggio ho incontrato la signora che ogni tanto viene qui a fare i massaggi ai clienti. Era la terza volta che la vedevo nella mia vita. La prima volta mi era stata antipatica. A cena parlava solo con una di noi, inglese, facendole mille domande, come se fosse l’unica persona  interessante (guarda qui l’egocentrismo come emerge, quando sei in una situazione in cui già ti senti discriminata su base della nazionalità, rasentando la paranoia…). Poi qualcuno mi ha raccontato un po’ la sua situazione, decisamente disastrata se non drammatica, e ho pensato a quanto in fretta l’avessi giudicata, senza chiedermi che cosa quella persona potesse stare passando nella sua vita per essere svampita ai limiti della maleducazione. La seconda volta in cui l’ho vista ho fatto il primo passo e abbiamo chiacchierato un po’. Mi è sembrata una persona buona d’animo ma veramente distrutta ed estenuata da ciò che sta passando nella sua vita privata, al punto da non essere lucida.

Oggi  pomeriggio mi ha guardata e mi ha chiesto come stessi. Ho risposto “bene, grazie”. Me l’ha chiesto nuovamente. Ho risposto sempre la stessa cosa, ma avete presente quando dite una cosa e il vostro viso e il vostro corpo dicono tutt’altro? Ecco. Io di solito non lo faccio, sono sempre molto onesta, ma non ho nemmeno voglia di dire agli sconosciuti i fatti miei. Tuttavia, è innegabile che non stia bene, che sia profondamente triste e molto preoccupata, e sola. Lo si vede da qualunque angolazione mi si guardi, se uno ha voglia di vedere. Così al mio secondo”bene”, metallico e stridente con tutto il resto, mi ha guardata e mi ha detto: “vuoi un abbraccio? mi sembra che tu ne abbia bisogno, non ti conosco molto ma ho la sensazione che tu abbia un peso sull’animo”.

E io mi sono presa l’abbraccio, di questa semisconosciuta, che le mie paure avevano giudicato con tanta fretta. Perchè qui è così. L’Australia è un continente di passaggio. Ci si incontra ma spesso la condivisione è simile a quella delle persone “porzione singola” di Fight Club, si sa in partenza che non sarà un rapporto di anni, forse nemmeno di mesi.  Le persone vanno e vengono, si condivide qualcosa e poi ognuno per la sua strada. Qui è naturale organizzare un viaggio o una vacanza con degli sconosciuti per dividere le spese, fare un progetto con una persona conosciuta il giorno prima, accettare l’abbraccio di una semisconosciuta. Si impara a trovare nella precarietà ciò che in qualche modo ci fa sentire stabili.

Quel compagno di viaggio casuale può sostituire il tuo amico più caro? Quella persona che ti risponde al telefono nel cuore della notte ti conosce e capisce bene come la tua migliore amica? Quell’abbraccio colma il bisogno delle braccia della persona che vorresti ti stringesse al posto della massaggiatrice? Ovviamente no. Ma come dico spesso viviamo in un momento storico in cui avere degli affetti è un lusso riservato a pochi.

Non so dove porti questo modo di vivere, di adattarsi a fare del proprio meglio con ciò che si ha, persone incluse. Forse si diventa più superficiali o distaccati o cinici o magari semplicemente ci si abitua alla sensazione di sapersi soli. Ho bisogno di più tempo per darmi una risposta ma non so se rimarrò qui abbastanza per capirlo.

 

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Si no respiro es por no ahogarme

E’ molto che non scrivo. Avere seri problemi con la tastiera non aiuta, ma del resto in un posto umido come questo, dove temo che il passaporto si disintegri causa umidità, il fatto che le apparecchiature elettroniche abbiano problemi è il minimo.

In verità non scrivo da nessuna parte, nè qui, nè sul Moleskine, nè via mail. Da Pasqua a oggi sono stata talmente male, sempre peggio, che non ho più scritto. Mi sono creata una barriera anestetizzante verso qualunque cosa che adesso, con molta fatica, sto cercando di rimuovere. Sono fatta così, quando sto male non comunico, con nessuno, nemmeno con me stessa. Negli anni ho imparato che questo atteggiamento non mi aiuta per niente, anzi, peggiora le cose, ma non ho ancora imparato a modificarlo. Ciò che ho capito da quando sono qui è che ci sono un po’ di cose di me che devono cambiare, e anche in fretta.

Non ricordo l’ultima volta in cui ho sentito mia madre, alla fine anche lei ha rinunciato a cercare di mettersi in contatto con me.

Sono quasi alla fine di questi 3 mesi di delirio per il rinnovo visto. 5 giorni. Avrei voluto vivere meglio gli altri 83, o almeno una sessantina degli stessi, ma rimuginare è inutile. Cambiare è utile, il resto è chiacchiericcio fine a se stesso.

A volte mi dico che scriverò di questo periodo quando sarò tranquilla e col visto rinnovato in tasca, ma sinceramente non so quanto avrò voglia di rivivere tutto questo.

Le ultime due settimane sono state segnate anche da molti lutti. Uno nella mia famiglia, nulla di trascendentale, ma ricevere determinate notizie via mail ti fa capire quanto tu sia veramente dall’altra parte del mondo. Altri 3 vissuti da persone a me care. Tre persone per cui non ho potuto fare nulla, perchè sono dispersa nella foresta pluviale. Ho manifestato la mia vicinanza, fatto le condoglianze, offerto una spalla visto che ne ho due, ma non ho potuto esserci fisicamente. Con almeno due di queste persone ho potuto esserci telefonicamente. Perchè la questione è anche quella, poter fare una telefonata. Sembra banale, ma vi assicuro che quando si sta male dall’altra parte del mondo, si vorrebbe sentire una voce amica, e… e in quel momento ci si rende conto di quanto invece si sia soli, perchè su Skype non c’è nessuno, o magari non hai internet e tutto ciò che hai sono 3 o 4 numeri di telefono da chiamare, persone magari viste una volta, magari mai, ma che sono qui e sanno che cosa voglia dire essere QUI. Non ci avevi pensato prima di partire? Eh no, non ci avevo pensato. Cioè avevo messo in conto nostalgia, mancanza e solitudine, ma non avevo immaginato quel momento in cui hai proprio bisogno di parlare con qualcuno e ti sembra un’impresa titanica, scorri una rubrica senza speranze, componi qualche numero, e riagganci nel buio e nel silenzio.

Alcuni dopo i 3 mesi in farm tornano indietro. Se ne fregano di avere il visto per 2 anni, mandano tutto all’aria e tornano a casa. Li capisco, la voglia ti viene. Io però almeno per il momento cerco di non tornare e spero di riprendere invece a vivere e a scrivere, e spero soprattutto che questo sia il peggio che vivo qui, perchè oltre non credo di poter tollerare.

(Lo so che è un post orribile ma almeno ho scritto qualcosa, con sforzo immane, giuro)

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