Quattro anni per un abbraccio mancato

Poco meno di quattro anni fa, ti vidi per quella che allora non sapevo sarebbe stata l’ultima volta. Ci salutammo alla stazione di Museum e ciascuno verso il suo luogo di lavoro, durante una mattinata come tante in questa Sydney, città sterile in un continente anch’esso sterile, come tu li definisci, e non posso darti torto. And that was it.

In questi quattro anni, aggiornamenti sporadici, consigli di lettura, le tue rocambolesche avventure in Sud America prima e nel sud-est asiatico poi, a lavorare per ONG alla difesa dell’infanzia e dei diritti umani. La mia vita molto meno interessante, regolata dalle lotte alla Don Chisciotte per permanere nell’appetibile continente di cui sopra, con piccole routines incerte e nemmeno il coraggio di osare a sognare, non parliamo del rincorrere un sogno, schiacciata da una burocrazia diabolica e da spese infinite a cui, forse per mancanza di lucidità mentale, non ho detto no quattro anni fa appunto.

Oggi, fuori dalla stazione di Museum, ironia della sorte, ho preso il pullman che mi avrebbe portato a rincontrarti. Quattro anni dopo. Causa COVID. Perché a quanto pare, il COVID nell’80 per cento dei casi separa, ma nel 20 per cento riunisce.

Tu, evacuato dal sud-est asiatico, hai usato il tuo passaporto più recente e hai deciso di rientrare in Australia, dove a un certo punto mi hai contattato. Io, che Don Chisciotte lo conosco bene, e sono ancora qui, con le mie piccole routines incerte ma forse un po’ più di coraggio a sognare.

Lo stesso muro. Lo stesso identico muro di quattro anni fa, accompagnato da una strana sensazione di vicinanza. Una relazione umana paradossale come non ne ho mai vissute nella mia vita. Ci parliamo come se ci conoscessimo dall’infanzia, le nostre relazioni, il lavoro, i libri, la società, il retaggio colonialista e l’immenso divario tra il primo e il terzo mondo… facciamo discorsi di un’intimità e profondità che non riesco a fare con gente che vedo quasi quotidianamente da tre anni a questa parte, eppure manca qualcosa, c’é un muro tra di noi e non riesco a dargli un’identità.

è che non ci conosciamo abbastanza in realtà? è che sei troppo introverso? I veri introversi sono rari. Tanta gente si professa introversa ma non sa nemmeno di che cosa stia parlando. Tu sei un vero introverso… credo… non lo so… ma mi parli insieme senza guardarmi negli occhi, quindi mi viene da pensare che sia questa la realtà, come lo pensavo quattro anni fa, ma appunto, sono congetture mie. La vita mi ha insegnato che più spesso di quanto si pensi, chi non esprime non è che sia misterioso, è che non ha nulla da esprimere. è forse questa la verità che non mi piace ma che dovrei accettare?

Alla fine hai iniziato a guardarmi negli occhi, forse perché, in quanto insegnante, so tollerare i silenzi senza troppo disagio e a volte ricordo di lasciare anche al prossimo l’opportunità di esprimersi, secondo le sue tempistiche. Tuttavia non so se i tuoi occhi guardassero me o mi passassero attraverso.

Il fatto rimane, ed è che dopo averti visto non so mai che cosa provo, che cosa sia successo, che cosa ci siamo scambiati, che cosa siamo noi. Amici? Sconosciuti? Mancati frequentatori di un club di lettura? Dopo averti visto, provo sempre una sorta di disagio, di non detto, di sospeso, con cui non vivo affatto bene per ragioni che non riesco a identificare. Oggi, come quattro anni fa, dopo aver passato del tempo con te, mi sento come se fossi stata obbligata a soffocare qualcosa dentro, che cosa non so nemmeno bene che cosa sia. Come se tutto fosse una bella cornice su un muro scalcinato.

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