Sabato mattina da volontaria

Questa mattina sono andata a fare volontariato. Come sia finita a fare volontariato è una lunga e noiosa storia che tralascio. Ad ogni modo, ‘lavoro’ per un’associazione che si occupa di senza tetto. è abbastanza conosciuta a Sydney e fa molto ‘glamour’ da quanto ho capito, lavorarci. Io non l’ho scelta per il glamour ma perché è sotto casa, quindi mi viene abbastanza comodo, per dirla in tutta franchezza. Sebbene preferirei forse fare un altro tipo di volontariato, perché, sempre per essere franchi, il posto in questione è abbastanza hardcore.

Stamattina lavoravo al front desk, dove tutti quelli che l’associazione definisce ‘visitatori’ vengono a chiedere di mettere il telefono in carica, di fare una doccia, di avere un cambio di abiti puliti e mille altre varie ed eventuali che possano venirgli in mente, tipo ‘Qual è il numero di telefono di Ticketek?’.

Trovo il front desk piuttosto difficile. Bisogna avere molta molta molta pazienza, perché tante persone che sono senzatetto lo sono perché hanno problemi di dipendenze e quindi non sono esattamente educate o rispettose. Tipo stamattina avevo un nonnino che mi faceva una tenerezza infinita e che aspettava il suo turno per fare la doccia e quest’altro personaggio che pensa di essere figlio di Snoop Dogg va a fiondarsi nella doccia passando di fronte al nonnino. Cosa che a me non è piaciuta per niente. Poi ci sono quelli che vogliono raccontarti le loro storie. Il problema è che le loro storie non finiscono mai e non hanno un filo logico, quindi si può solo annuire con compiacenza e fare finta di seguire.

Uno stamattina mi ha chiesto: ‘ma se tu sei europea, perché non stai in Europa? è talmente bella l’Europa!’

‘Hai ragione, ma non c’è lavoro in Europa’, ho risposto (anche se qui ultimamente tra Corona Virus e altre varie ed eventuali non è che di lavoro da insegnante agli stranieri ce ne sia a palate).

‘Va beh, ma se non c’è lavoro che problema c’è? Mettiti a fare la criminale!’

Gli diamo torto?

All’interno dell’associazione c’è anche un bar, dove i prezzi sono decisamente minori rispetto a quelli di un bar normale ma l’idea è che facendo pagare si aiuta a responsabilizzare le persone nella gestione del denaro e si dà loro maggiore dignità. Non mi sembra un’idea sbagliata anche se mi piacerebbe che lo stesso principio venisse adottato anche alla reception, ovvero: ‘ti comporti da testa di banana, porta il tuo sedere altrove’, a differenza di far finta di non vedere le cose, tipo il tizio che si impone nella doccia con arroganza e nessuno eccetto me dice nulla.

Sicuramente fare volontariato in un contesto simile, in cui dai calze e mutande a chi altrimenti non ne avrebbe, e dai quello che c’è, il che è molto diverso dal poter scegliere colore, numero e taglia, fa riflettere, apprezzare di più quello che si ha, rendersi maggiormente conto del superfluo, e tutte quelle robe lì che non sto ad elencare, ché si sanno. Quello che voglio dire è che in mezzo al chiasso, all’arroganza, alla follia, alla maleducazione, ci sono persone che vorresti saper aiutare ma non sai.

K. stamattina mi ha dato il telefono da mettere in carica. Non mi ha guardato in faccia, guardava in basso. Gli ho messo il telefono in carica. Più tardi è tornato al bancone e mi ha chiesto di fare una doccia. Gli ho dato tutto il necessario e restituito il telefono. è poi ritornato per rimettere il telefono in carica, gli ho chiesto il permesso di mettere il telefono in modalità aereo perché si caricasse più velocemente e l’ho chiamato per nome. Allora mi ha parlato guardandomi negli occhi. La mia collega, che lo conosce, gli ha chiesto come andasse. ‘Non bene’ ha risposto lui, scoprendosi le braccia ricoperte di tagli. Tentativi di suicidio falliti.

Io ho perso un’amica così. Non voglio giudicare perché non so. Capisco come si possa pensare di suicidarsi ma da lì al farlo è una cosa che non riesco a capire. Ciò che vedo è la pressione che la società ci mette addosso, per essere di successo, ricchi, sempre via il weekend, e a stappare bottiglie di champagne il giovedì sera all’Opera Bar o a Bondi, specialmente in un posto come Sydney, dove quello che guadagni sembra determinare quanto diritto tu abbia di stare al mondo e dove a me un simile ambiente non fa venire di suicidarmi ma un po’ di depressione e senso di inferiorità me li mette addosso sicuramente.

Spero di rivedere K. e che K. trovi un appiglio per smettere di farsi a pezzi.

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