J.

“Io da ragazzino non avevo la moquette in camera. Avevo il parquet. E alzavo i listelli per infilarci sotto i miei segreti. Quando sono tornato a casa, nel 2013, mi sono reso conto che sotto i listelli avevo:

  • un machete
  • un paio di manette che avevo rubato a un poliziotto
  • le foto di Serena Williams.”

A raccontarmi questo è  J., 29 anni, di Londra. Che sembra l’inizio di un libro, più che una chiacchierata tra amici in Australia, dove trovare persone con cui fare un discorso un minimo più profondo e interessante non è semplice come sembra. Probabilmente anche per colpa mia che da tempo non mi informo, non mi aggiorno, e vivo chiusa nel mio mondo, dove almeno però leggo.

J. ha due occhi di un blu irreale, e legge dentro le persone, sa capirne la natura, con pochi sguardi. Questa sera mi ha detto che cosa ha visto in me la prima volta in cui mi ha incontrata: “La prima volta che ti ho vista, ho pensato che fossi una persona interessante, una che ne ha viste tante, e non ha paura di dire quello che pensa. Ho anche pensato che fossi un po’ pazza, se per pazzo intendiamo qualcuno che non sa sempre distinguere la fantasia dalla realta'”.

Chi mi conosce sa che ci ha preso parecchio. E mentre mi diceva queste cose pensavo a come io non sia assolutamente in grado di farmi un’idea della persona che ho di fronte con pochi sguardi. E mi chiedevo anche perché. Innanzitutto perché sono egocentrica, come dimostra il fatto che pensassi a quello che fa lui in relazione a quello che faccio io. E poi perché probabilmente, essendo egocentrica e insicura, mi preoccupo più di quello che il prossimo possa pensare di me, che non di capire se chi ho di fronte sia una persona della cui opinione valga la pena preoccuparsi.

Comunque, J. è molto più interessante di me. Non compra vestiti da anni, li baratta, così come baratta le scarpe. Oggi ha comprato un paio di pantaloncini da 50 dollari e se ne vergogna molto. Davvero non comprava vestiti da anni.

J. non sa che cosa vuole fare, non ha progetti o obiettivi al di là della prossima ora.

Andrà via dall’Australia, tornerà in UK per una visita e poi chissà. Non lo sa. In tanti ci affanniamo a progettare, costruire, raggiungere, e se non lo facciamo ci sentiamo inutili (vedi Goffredo che pensa di prendere degli psicofarmaci per decidersi a trovare un lavoro… storia vera). Che cosa pensi di fare? Non lo so, non so che cosa faccio tra un’ora.

E gli va bene così. Non è che ha l’ansia, la paranoia, la frustrazione. Aveva un appuntamento con una ragazza ma era senza soldi. Ha venduto la macchina per portarla fuori. Così. Lei ovviamente non lo saprà mai.

Io non so che cosa sia giusto o sbagliato, però mi affascina vedere qualcuno che sceglie di vivere in una maniera che per i più e’ “sbagliata”, ma è sereno. Tranquillo. Si accetta com’è ed è consapevole. Non si piange addosso, non si fa le pippe mentali. Davvero: sereno.

E peraltro aveva una fidanzata di Torino e ha vissuto in Piemonte per un paio di mesi, e ogni tanto se ne esce con un: “Dio fa'”, ed è surreale, quello con l’accento londinese che se ne esce così, e io che cerco di dissuaderlo dall’usare codesta espressione. Perché alla fine in una lingua straniera le parole hanno un altro peso. Molto minore. C’è gente che probabilmente non ha ancora realizzato che la “canzone” di Madonna Give it to Me ripete praticamente in loop: “Dammelo, sì, dammelo sì”.

Adesso devo capire come disattivare queste notifiche Facebook della gente che sta in diretta. Tutti Pippo Baudo.

 

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