Ricominciare a scrivere

Ieri sera ero seduta a un tavolo a Darling Harbour, a mangiare paella e bere meraviglioso vino spagnolo con un ragazzo di Galway. Lui ha lasciato l’Irlanda ben prima della crisi economica, è partito ed è finito qui, in Australia. Ora ha la cittadinanza e ha appena firmato il contratto per un appartamento in una delle città più care del mondo, Sydney. Da solo, senza contatti, da zero, con la propria professionalità.

E mentre chiacchieravamo con le luci di Vivid Sydney in sottofondo, che nulla ha a che fare con la Fetes des Lumières di Lione, gli parlavo dei miei ultimi mesi in Italia, del lavoro da postina, della proposta di colloquio nell’ufficio marketing di Poste Italiane e del mio declinarla poichè avevo già fatto il biglietto per l’Australia.

Avrei potuto posticiparla la partenza per l’Australia, non sarebbe morto nessuno. Ma ero esausta, sfinita dal sistema “Italia”. Lavoro non pagato o pagato una miseria, e balle in ogni dove. Lui mi ha detto che capiva il mio sentimento, perchè ha sentito molti suoi amici parlare così e anche se non ha vissuto in prima persona quel disgusto per la terra natia che ti porta al punto di pensare che sia meglio raccogliere banane in mezzo ai serpenti in Australia piuttosto che stare con il sedere appoggiato in qualunque ufficio italiano, immaginava come io mi sentissi quando sono partita.

Stasera pensavo che siamo una generazione che vende. Che cosa non si sa. Non sanno che cosa inventarsi da farci fare (cose utili, tipo pagare chi insegna italiano agli stranieri, anzichè relegare questo mestiere al volontariato di madame annoiate e studenti fancazzisti o idealisti che dir si voglia -di cui io facevo parte- invece che lamentarsi che manca l’integrazione, quando manca la struttura di base), così ci mettono a “vendere”. Fai il venditore, così si alza il ritorno economico del business e contribuiamo alla ripresa dell’economia (se vi viene un conato era prevedibile). Che quello che devi vendere sia inconsistente non importa. Io dovevo vendere escursioni turistiche senza guida, per dire. La si cercava sul momento. O degustazioni senza accordi con i ristoratori… cose così. “Ma non abbiamo un prodotto” “tu intanto vendi… ecco vedi, non hai venduto, è per questo che andiamo in fallimento”. Certo.

Oggi è un anno e quasi due mesi che sono qui, a testa in giù. Negli ultimi mesi non ho più scritto perchè la vita di un immigrato è parecchio concitata, lo si impara emigrando. Ma non cambierei la scelta che ho fatto.

Dopo i 3 mesi nella foresta pluviale per poter fare domanda per il secondo visto sono tornata a Sydney. Non sapevo se volevo rimanerci o meno. L’Australia è così grande, e tutto è sconosciuto. Così sono andata qualche giorno a Melbourne dove ho dei parenti. I parenti sono da parte paterna, e i miei nonni paterni sono di origine calabrese. E’ stato come trovarsi dentro il mio grosso grasso matrimonio greco. Case enormi con milioni di stanze, le foto dei figli appese alle pareti, che fa tanto meridione appunto. “La figlia di Tino!”, Tino sarebbe Agostino, ovvero mio papà. Anche “Tino” fa tanto meridione. Solo che io no. Io sono nata e cresciuta in Piemonte, la famiglia paterna l’ho vista fino a quando ho avuto 14 anni un paio di volte l’anno e poi è finita lì, con la separazione dei miei genitori. A casa mia Natale dura un 3 ore sì e no, nulla a che vedere con i saturnali della Terronia. E papà come sta? e la mamma? e tu che ti chiedi se lo sanno che sono divorziati ed entrambi risposati e non sai bene che cosa dire e hai ancora il trauma del casuario che ti rincorre nella foresta per farti le budella.

La televisione è sempre accesa sulla Rai, guardano un gioco a premi e ti chiedono se lo guardi anche tu… tu non sai be ne se dire la verità, ovvero che la televisione non la guardi dal 2002 oppure abbozzare un “sì, certo”, per farli contenti.

Sono case di anziani, con l’odore del passato. E loro vivono nel mito di un’Italia che è una chimera, un posto in cui andarono nell’86. Un fratello di mio nonno cercava di ricostruire in che ospedale lavorasse mio papà l’ultima volta in cui venne in Italia, negli anni Ottanta appunto. Io non ci capivo più nulla, magari alla fine si confondeva con altri nipoti… chissà.

Mi hanno offerto di restare da loro, a gratis finchè non mi sarei sistemata. Alloggio a gratis in Australia è una cosa che non potete capire, qui dove gli affitti sono sui 200 dollari a settimana, se ti va bene. Ho rifiutato. Dopo 3 mesi senza essere libera in NIENTE, e ribadisco, NIENTE, non potevo pensare di stare a casa di nessuno, di dovermi adattare alla routine di nessuno. Ero talmente traumatizzata dall’esperienza che ho dovuto ripetermi di non essere maleducata e ringraziare per la tanto generosa offerta di persone che mai mi avevano vista nella loro vita.

Li ho lasciati nella loro malinconia e sono tornata nella mia solitudine a Sydney, ma di questo parlerò successivamente.

Ah, poi l’irlandese mi ha baciata, mentre c’erano i fuochi d’artificio. Hai capito l’irlandese…

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One Response to Ricominciare a scrivere

  1. Le tue vicende, così simili alle mie e a tanti altri, stanno iniziando ad appassionarmi….

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