I diritti degli immigrati.

Le giornate deliranti diventano settimane deliranti e non c’è mai il tempo per scrivere, su questa tastiera che è nuovamente impazzita. Non solo non c’è tempo di scrivere, non c’è il tempo di respirare, di andare a sedersi di fronte all’oceano a godersi un po’ i propri pensieri in silenzio.

Sono successe molte cose, su cui spero di riuscire a scrivere presto. Traslochi, nuovi lavori, nuovi coinquilini, rinnovo assicurazione medica, nuovi biglietti aerei…un immigrato non conosce tregua, e prima di giudicare bisogna provare. Quando vedo italiani che si riempiono la bocca di facili pressapochismi sugli immigrati mi viene il nervoso. 50 anni fa gli immigrati eravamo noi. E oggi siamo di nuovo noi. Perchè la cosa assurda è che questa gente sputa veleno e reclama ingiusta giustizia per un paese in cui nemmeno chi è disposto a lasciare la terra natia per disperazione è più disposto ad andare. Ma questi soggetti sono troppo presi a inveire a vanvera per guardare ai fatti. 

Comunque, non è di questo che volevo parlare. Chiedo perdono ma sono veramente molto stanca, a lavoro parlo inglese, francese e arabo; a casa cerco di recuperare lo spagnolo, e al momento non ho particolari certezze nemmeno sul mio nome, figuriamoci seguire un filo logico di ragionamento…

Ciò che volevo dire è che il cambiamento più sostanziale è che ho di nuovo delle emozioni. Da maggio a oggi sono praticamente stata anestetizzata, incapace di mettermi in contatto con le mie emozioni, non solo con quelle positive, su cui ho maggiori difficoltà, ma anche con quelle negative. C’era in me un vuoto sordo, una cantina insonorizzata.

Ricomincio a sentire. Mi mancavano le mie emozioni, tutte. Sento la serenità di fronte alle difficoltà e agli imprevisti. Riesco a razionalizzare e a pensare che sostanzialmente ogni cosa eccetto la morte si risolve, scrollo le spalle e vado avanti col sorriso. Devo di nuovo traslocare? E amen. Se amo i vestiti come dico, piegarli non è un problema. Devo cercare di nuovo lavoro? Ok, si fa.  Devo prendere un aereo e nemmeno per andare dove voglio? E vabbè, mi faccio un giro e sfoggio il mio talento nell’addormentarmi in aereo ancora prima che decolli, io che generalmente soffro di insonnia.

Tornano il desiderio e la mancanza, di qualcuno che non ho mai avuto, per quanto ci abbia provato. La canzone che non riesco ad ascoltare perchè mi ricorda il tragitto più straziante che abbia mai fatto. Anche in quella manciata di chilometri mi sentii vuota, ma era un vuoto “vivo”, che mi scavava nella carne.

Tornano le domande e i “se”, e la consapevolezza che se tornassi, quei messaggi a cui ora mi risponde forse rimarrebbero sospesi in eterno in attesa delle sue parole, perchè non sarei più a questa incolmabile e rassicurante distanza.

Eppure tornerei lo stesso, perchè i “se” sono sufficienti. Magari non andrebbe come sopra, magari potrei ritrovare il suo abbraccio e il suo sorriso, appoggiare la testa sulla sua spalla e dimenticare che c’è un resto, da qualche parte, nel mondo.

Non torno perchè sono egoista. Mi metto al primo posto. Il lavoro e la conseguente autonomia sono me è la prima cosa, l’Italia il lavoro non me lo dà e io rimango qui a testa in giù, a fare cose che mai avrei immaginato nella vita, a sentirmi ogni giorno un po’ più forte e consapevole. Ma non passa giorno in cui io non lo pensi, in cui non immagini un mondo in cui le nostre giornate si intrecciano e posso addormentarmi mentre lui mi stringe forte e scaccia la mia insonnia. Non dico tutte le sere ma almeno con una certa regolarità. Un mondo in cui la possibilità di vederlo sia reale. Non passa un giorno in cui non sappia già a priori che nessuno potrà prendere il suo posto. Alla fine, per fortuna, sognare è un diritto che nessuno può toccarti.

       

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