Meritocrazia sentimentale

Quando io andavo al liceo, e non c’era ancora la moda di farsi 45 foto, o meglio selfie, ogni 30 secondi, condividerle su 30 social e poi iniziare la seguente tiritera con le amiche: “oh come sei bella” (20 cuori), “no tu di più” (25 cuori), “ma no cucciola tu!” (30 cuori), “ma no cuore, tu!” (35 cuori) e via così, ad infinitum, o almeno fino alla fine del mio livello base di sopportazione… bene, quando io andavo al liceo, ché sono anziana ormai, la modalità era la stessa, ma meno invasiva.

Una compagna entrava in classe e diceva che era brutta… e subito tutte le amiche a rassicurarla e dirle che era bella; le brutte davvero a pensare di ucciderla infilandole la spugna della lavagna in gola.

Quella magra si definiva grassa “oh, no ma non sei grassa!”, le dicevano le amichette, mentre quelle che la odiavano, perchè lei era magra e loro no, e faceva anche la parte di quella coi problemi di peso, sognavano di legarla a una sedia e rimpinzarla di merendine fino all’esplosione.

Con gli anni ci sono persone che rinsaviscono e, quando ricevono un complimento, si limitano a dire: “Grazie”… sì, sembra incredibile ma quella parola è sufficiente; e dall’altra parte ci sono persone che smettono di dire una cosa per sentirsi rassicurare dell’opposto. Non tutti, per carità, ma alcuni rinsaviscono.

Rimane tuttavia nel subconscio, o almeno nel mio è rimasta, la convinzione che quando una persona cerca in qualche modo di sminuirsi manifestando insicurezza o inadeguatezza bisogni rassicurarla del contrario con profonda enfasi. Non mi ero mai resa conto che questa convinzione mi fosse rimasta lì, mi consideravo una di quelle “rinsavite”. Ciò che non vedevo è che forse ero rinsavita quasi totalmente per quanto riguardava me stessa e avevo smesso di scusarmi per i complimenti ricevuti o di cercare conferme all’esterno, ma con gli altri continuavo a mettere in atto lo stesso schema.

Lo capii anni fa. Ci volle il mio ex per farmelo capire. Agli inizi della nostra relazione, io tutta presente, affettuosa e amorevole, nella peggiore modalità geisha possibile insomma, mi sentivo spesso ripetere la seguente frase: “non me lo merito”. Non meritava la colazione a letto, non meritava la sorpresa, non meritava il bigliettino dolce… Io, evidentemente lobotomizzata, lo guardavo con dolcezza e dicevo “sì, invece. Te lo meriti.”. Il senno di poi e il torto di oggi mi avrebbero dimostrato che vaneggiavo.

La verità, come mi ha insegnato l’esperienza, è che quando un uomo vi dice di non meritare determinate attenzioni da parte vostra è così. Punto. Non è la vostra amica fragile e insicura, è un uomo, quindi dice quello che pensa. Che poi a voi possa non piacere è un altro discorso (parlo al plurale ma magari l’unica idiota che travisa la realtà sono io). Fare finta di non capire non servirà a molto, se non a buttare via del tempo.

Grazie al mio ex oggi il “non me lo merito” mi è molto chiaro. In poche parole vuol dire: “non me lo merito perchè tu provi per me sentimenti decisamente superiori a quelli che io provo per te”. E no, non è bello, non suona bene, ma è così.

Di fronte al “non me lo merito” ci sono tre strade: il lobotomizzato “sì, invece!” per continuare a costruire una relazione da sole in tutta serenità, l’allontanamento silente strategico perchè tanto lui ha già detto abbastanza per entrambi, oppure si può anche valutare un più deciso “portami una sedia e vattene”, alla Piero Ciampi, o un “vaffanculo e muori” alla Closer, che non è elegante, ma in determinate circostanze un travaso di bile è comprensibile.

Questo è il delirio di oggi. Delirio peraltro di inutile condivisione perchè tanto chi è più furba di me già lo sa e chi non è proprio acuta, come non lo sono io, dovrà sbattere il naso più volte sul “non me lo merito” prima di arrivare all’illuminazione.

 

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