Bondi, Ultimo, Leichhardt. In ordine sparso.

Oggi sono andata a Bondi insieme alla mia amica Heidi, autoctona. Ci conoscemmo in Egitto anni fa, lei alla scoperta delle sue radici, io a studiare l’arabo. Perchè una delle cose belle dell’Australia è che chi è arrivato qui arriva sempre e comunque da altrove, i suoi genitori arrivano da altrove, spesso da altrove diversi. Per gli aborigeni non sarà stato il massimo essere espropriati dei propri territori ma non intendo fare della facile retorica, quanto dire che è estremamente interessante sedersi a bere un caffè con un’amica che è figlia di un egiziano e di un’ucraina e ti insegna lo slang australiano. E’ come se qui, dove la dimensione “storica” sembra mancare rispetto agli standard del vecchio continente, la storia prendesse vita tramite le persone, che la portano dentro di sè, da lontano.

O forse sono solo io che sto impazzendo.

Bondi è turistica senza dubbio, ma è un vero gioiello. Si respira un’atmosfera bohémienne fatta di bancarelle e surfisti, infradito, collanine e short di jeans sdrucito. Passeggiarci ti fa venire immediatamente voglia di prendere la tua valigia, rispedirla in Italia e diventare backpacker, girarti l’Oceania, poi l’Asia e poi chissà… il sud America forse. Voglia di non tornare più, per la gioia dei genitori, che pensavano di aver salutato una figlia responsabile e rischiano di ritrovarsi una fricchettona in viaggio perenne. Ma sarebbe poi così male se quella fricchettona avesse sempre il sorriso e se ne fregasse delle doppie punte e del vestito da sera?

A Bondi abbiamo visto anche un appartamento. Perchè mi sto guardando intorno per capire dove cercare casa. Ci ha aperto un ragazzo belga. Pelle color cuoio, riccioli biondi, occhioni azzurri, sorriso smagliante, in mutande. Fisico non ve lo sto nemmeno a dire. Quando siamo uscite, Heidi e io ci siamo guardate e abbiamo constatato come la sua presenza rendesse trascurabile tutto il resto. La casa è da 8 persone con un solo bagno. La stanza è una tripla a 170 dollari a settimana. Decisamente una “party house”. Dal terrazzo si vede l’oceano, così al mattino puoi valutare le onde e decidere se andare a surfare o dormire ancora un po’.

Quella casa è: il sogno. E’ la malinconia di quelle cose fighissime che non mi sono vissuta quando era il momento di farlo, e adesso è tardi. Adesso non è nemmeno il momento di sognare, bensì di essere concreti ed elaborare un piano d’azione per il futuro prossimo. Ma questo è qualcosa che devo fare con me stessa. Sarebbe fantastico svegliarsi con l’oceano di fronte e avere Ken Surfista come prima immagine di fronte agli occhi al mattino, ma Bondi è molto cara e finita l’estate di lavoro ce n’è poco. Inoltre è a 40 minuti di bus dal centro, per cui non è agevole vivere lì e lavorare altrove. E un lavoro solo qui non basta.

Sulla spiaggia ci sono le zone di balneazione distinte da quelle destinate al surf. Ho visto i surfisti cavalcare le onde come se stessero passeggiando. Alcuni facevano anche hand standing. Poi c’erano i ragazzini della scuola di surf e ho pensato a che cosa possa voler dire nascere e crescere in un posto così. Come sarebbe stato forse diverso. Come vorrei, se potessi rinascere, crescere con le spiagge da surf vicino casa.

Giovedì ho visto una casa in centro a Sydney, nel quartiere Ultimo. La proprietaria era una signora cinese che mi ha detto di chiamarsi Sophia. Lei si chiama Sophia come io mi chiamo Kimberly. Avrei dovuto dividere la stanza con altre 3 persone. Decisamente troppe. La casa era fatiscente e sporca. Quando ha aperto il frigorifero per mostrarmi la suddivisione dei piani dello stesso secondo i letti occupati ho avuto un conato di vomito. La casa era da 8, 2 bagni. Le ho detto che cercavo una doppia, lei mi ha proposto di vedere quella affianco, doveva aveva una doppia disponibile. Onestamente me ne volevo andare e basta, perchè la padrona di casa cinese non fa proprio per me. E l’ebola nemmeno.

La doppia in questione al momento era occupata da un solo ragazzo. Sophia ha detto che se la prendevo lo avrebbe buttato fuori. No comment. Il ragazzo aveva un tubetto di vaselina sul comodino. Nonostante le sue insistenze ho ringraziato e me ne sono andata.

E’ pieno di asiatici. E tutti li odiano perchè sono arrivati qui con i miliardi, comprano proprietà a destra e a manca, tolgono casa e lavoro agli australiani e la loro disponibilità economica è uno dei fattori che ha determinato un incremento nel costo della vita tale da creare difficoltà serie agli autoctoni.

Asiatici. Una piaga mondiale.

Ieri pomeriggio sono stata a Leichhardt, il quartiere italiano. Da ciò che mi avevano raccontato è la Mecca per gli italiani, il posto dove, se proprio non trovi nulla, qualcuno che ti dia un lavoro, essendo italiano, lo trovi. Ho solo visto vuoto e desolazione. Peraltro è piuttosto distante dal centro, il che rende abbinare vari impieghi nuovamente difficile. Ciò che mi è piaciuto molto è stata un’immensa libreria, si chiama Berkelouw. Sono entrata a dare un’occhiata, attirata dal Piccolo Principe e dai volumi francesi in vetrina.

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Poco dopo ho incontrato una ragazza francese che faceva la dialogatrice. Ci siamo messe a chiacchierare. E’ di Clermont-Ferrand, città con cui l’università di Torino fa scambi culturali. Il mondo è veramente minuscolo. Dopo un po’ di ciance in francese, che io adoro come adoro loro, mi ha chiesto che cosa ci facessi lì. Le ho risposto che vagavo senza un a meta precisa, con lo spleen, come Baudelaire. E lei: “parlare con un’italiana di Baudelaire a Sydney è una cosa magica!”. Perchè qui è così. Non sai mai chi incontri, nel bene e nel male.

Ho preso un caffè al bar sport, locale italiano dove si parla italiano. Su una parete c’erano tutti i risultati della serie A. Il caffè costava comunque 3 dollari e non era migliore di altri. Joe al bancone preparava la merenda a un bambino. Un giovane ragazzo veneto chiacchierava con un signore e gli chiedeva una mano per trovare lavoro. Il signore era di discendenze italiane e parlava l’italiano di chi alcune parole, in quella che era la lingua natia dei suoi genitori, non le ha mai imparate. Tipo “recinzione”, che lui chiamava “fensa”, da fence, in inglese. Parole inesistenti di lingue inventate, come il cane “trainato”, che sarebbe addestrato, ma diventa trainato appunto, dall’inglese trained. Un’altra particolarità degli italiani qui è che tra di loro si parlino in inglese. Se vengono dalla stessa regione si parlano in dialetto, che era la lingua dei genitori immigrati.

Per quanto riguarda me, a parte i giganteschi punti interrogativi, sto imparando a essere meno disponibile, perchè alla fine si tratta di sopravvivenza. Ci si aiuta per quanto possibile tra di noi, ma alla fine della giornata sei responsabile di fronte a te stesso di ciò che sei riuscito a concludere, se riuscirai a pagare l’affitto, le bollette e magari anche il drink con gli amici. Diventi un po’ anglosassone per forza. Gentilezza sì, ma ognuno per sè.

Domattina mi alzerò all’alba per andare poi a yoga. E’ un momento questo in cui concentrarsi sul corpo e sul respiro mi è necessario per capire quale direzione prendere.

Mi scrivono in tanti dall’Italia.  Sono qui da 8 giorni e non ho ancora le idee chiare. E devo darmi parecchio da fare, perchè il tempo stringe, per cui ad alcuni non rispondo. O rispondo di corsa, magari (orrore!) con un’emoticon. Però non posso fare diversamente. Devo concentrarmi sulla sopravvivenza qui, è questa la sola priorità. Perchè diciamocelo, tornare tra 3 mesi è la cosa che maggiormente mi spaventa. Dopo i ragni mortali, s’intende.

Però l’oceano ragazzi… l’oceano…

2014-03-15 15.32.29

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