Istanbul – Sydney

Dopo aver fatto amicizia al gate con i due ragazzi italiani, che la mia amica Silvia dice che io parlerei anche con le pietre, ci siamo imbarcati per Bangkok. Durante il volo ho dormito. Praticamente sempre. Al mattino, mentre la signora orientale accanto a me tirava fuori un pettine e iniziava a pettinarsi i lunghi capelli ormai grigi, io facevo fatica a stare sveglia. A Bangkok siamo arrivati alle 15.30. Faceva un caldo pazzesco, ma la cosa più pesante era l’afa, i vestiti appiccicati addosso.

Abbiamo atteso 4 ore, chiacchierando di varie esperienze in giro per il mondo. Daniele raccontava dei suoi viaggi, del suo lavoro da barman, sempre in giro, sempre altrove, sempre con una perfetta consapevolezza della situazione politica del paese visitato. Suscitava senza dubbio una facile ammirazione.

Chi viaggia molto lo riconosci subito. Ha le sneakers ai piedi, che non te le devi levare mille volte ai controlli in aeroporto, e un bagaglio a mano leggero, essenziale. Chi viaggia molto non si muove con i bauli, perchè ha imparato che non si fa.

Riflettevo proprio su questo oggi, chi rimane stanziale si costruisce una routine e un habitat, compra tante cose. Ma tante. E le ammucchia in casa anno dopo anno, per farsi venire un esaurimento in caso di trasloco. Chi viaggia molto non ha bisogno di tante cose. Forse perchè quel riempimento che gli stanziali attuano con gli oggetti lo realizza tramite le esperienze.

L’aeroporto di Bangkok è gigantesco e confortevole, niente a che vedere con Istanbul. Tutto è coloratissimo, ci sono delle statue deliziose e poltrone su cui distendersi, anche se non si ha diritto all’area lounge, che ricordano quelle di Joey e Chandler in Friends. Ci sono postazioni internet gratuite, dove ho visto una donna seduta, con il burka, stare su facebook. Noi ci siamo messi a contarcela su tre poltroncine, non avevamo questo bisogno disperato di internet fortunatamente. E abbiamo visto un tramonto stupendo, con il sole colorato di rosa che diffondeva la propria luce nel cielo. Di fianco, una miriade di orchidee.

Passare in aeroporto a Bangkok mi ha fatto venire voglia di visitare la Thailandia, di smettere di vestirmi di nero e di abbracciare quel gioioso e colorato modo di vivere che ho percepito. Persino l’aereo della Thai è tutto colorato, dentro i sedili variano nelle tonalità dal rosa al fuscia al viola. E per il volo notturno ci hanno dato delle deliziose coperte viola.

Peccato che questa volta io a dormire non ci sia riuscita granchè. Ho guardato Notting Hill, poi Friends, compilato il modulo per l’immigrazione dove tra le altre cose ti chiedono se ti porti “del suolo” attaccato alle scarpe. No, io di solito volo.

Arrivata a Sydney ho fatto una lunghissima coda per entrare in Australia. Tipo un’ora. C’era uno che controllava i passaporti che aveva lo stile e il barbone di Bin Laden. Lì ho pensato che questo mondo è veramente impazzito.

E’ vero, sono scrupolosi, ma sostanzialmente tutte le balle che si raccontano sono appunto balle. Ti controllano il bagaglio ai raggi X sulla base di ciò che hai dichiarato, e finisce lì. Quello che li fa incazzare è se si rendono conto che hai dichiarato il falso… all’italiana diciamo.

Prima di me al controllo c’era una coppia di anziani orientali. Hanno intasato tutto per un quarto d’ora perchè capivano persino peggio di me le leggi base della fisica. Alla fine mi sono messa ad aiutarli io con i carrelli e con i bagagli perchè la prima cosa che ho imparato degli australiani è che… gli pesa il culo.

Alla fine ne sono uscita e mi sono recata nella zona fumatori a accendermi una sigaretta, insieme ai due fanciulli.

La famiglia che mi ospita è venuta a prendermi in auto. Insieme a loro c’era un loro amico, un uomo giapponese di nome Toshi, che aveva scritto il mio nome su un Ipad.

Mi sono seduta dietro in auto con lui. Ha 43 anni ma ne dimostra 10 di meno. E’ qui con un visto studenti, fa educazione fisica e l’altro giorno ha anche fatto la comparsa in un film con la Jolie. Chiacchieravo con lui, che aveva quella straordinaria calma degli orientali, il sorriso disteso, rassicurante. Una di quelle persone accanto alle quali puoi stare in silenzio senza sentirti a disagio, una di quelle persone la cui sola presenza ti rilassa. Mi ha ricordato molto il mio amico Jonathan.

L’abbiamo accompagnato a casa e poi abbiamo proseguito per casa nostra.

Sulla via ci siamo fermati per bere qualcosa. Il processo decisionale sul dove fermarsi, se mangiare, se bere e che cosa bere è stato particolarmente tortuoso. Io avevo solo una gran voglia di vomitare e il gran desiderio di una doccia. Il mio stomaco, tra jet lag e cibo da aereo (ho mangiato una quantità di carne in 2 giorni che solitamente non mangio in un mese) era, ed è tutt’ora, totalmente sottosopra.

Nei giorni seguenti avrei capito che questa indecisione, questo repentino cambiare programma, questa sconclusionatezza nel vivere (che mi manda ai matti) è prassi tipica della coppia che mi ospita.

La casa sembra uscita da una rivista di arredamento e confesso che farsi la doccia nel loro bagno è stata un’esperienza notevole, perchè qualunque percezione tu abbia di te stessa, lavarti con la giungla da una parte e la statua buddista dall’altra, ti fa sentire una gran figa. A prescindere.

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One Response to Istanbul – Sydney

  1. vagoneidiota says:

    Deve essere bellissimo.

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