Torino – Istanbul, verso Sydney.

Nell’attesa a Istanbul mi sono inventata delle cose da fare. Tra queste c’è stata il sedersi da Starbucks a bere un caffè americano, mettendo il telefono in carica. In quel momento mi sono resa conto che in ogni viaggio dimentico sempre la stessa cosa: l’adattatore. E’ più forte di me.

Ho incontrato due svedesi, rispettivamente giornalista e fotografo sportivo. Mi hanno chiesto che cosa ne penso di Renzi. Io ho svicolato mettendomi a parlare di hockey su ghiaccio, mentre continuavo a gustare quella brodaglia in un locale per amanti di portatili, parafrasando Walter ne Il Grande Lebowski.

Dopo che i due se ne erano andati, avrei voluto dormire un po’ ma quando viaggi da solo, il bagaglio incustodito è un lusso che non ti puoi permettere, e così ho vagato, e vagato e vagato.

A un certo punto mi sono seduta a un gate a caso, tranquillo e semideserto. Solo qualche turco che schiamazzava e tossiva. Ho sollevato le gambe e le ho messe sulla trolley.

Non sapevo a quale gate fossi e quando è apparsa la scritta della destinazione, questa era troppo lontana dai miei occhi perchè potessi leggerla. Le persone hanno iniziato ad aumentare, così ho provato a indovinare la destinazione partendo dall’ascolto della lingua di chi avevo accanto. Capivo alcune parole, che erano sicuramente arabo e non turco. Più tardi avrei scoperto che quell’aereo andava a Sana’a, capitale dello Yemen.

Poco prima, il sole era tramontato e c’era stata la chiamata alla preghiera, di cui spesso sento la mancanza. Soprattutto dal momento che ho avuto la fortuna di sentirla molte volte accompagnare un tramonto dorato sul Nilo.

Un arabo di fronte a me cercava di incontrare il mio sguardo, ma io facevo la gnorri. Era stato così facile parlare con gli svedesi. Se avessi invece rivolto la parola a uno degli uomini che mi stavano intorno a quel gate avrei compiuto un gesto assolutamente deplorevole.

All’aeroporto Ataturk ho visto qualunque cosa: asiatici con la mascherina sul viso, donne di colore sdraiate sul pavimento, coperte da teli, con i sandali buttati accanto. Donne col burka, zoccole ucraine, uomini con turbante, ciabatte e palandrana, che come sempre estraggono dalla stessa un telefono che molto probabilmente sa fare anche il caffè. Uno aveva anche una specie di fuseaux, azzurro puffo, sotto la palandrana… Turchi in abiti tradizionali vendere il famosissimo gelato turco… praticamente una tenia di zucchero.

Il più bizzarro però è sicuramente stato un uomo vestito con due asciugamani, uno intorno ai fianchi e l’altro sulle spalle. Portava una borsa a tracolla con dentro una racchetta da squash, che ha estratto mentre chiedeva un’informazione. Non sono riuscita a immaginarmelo giocare a squash vestito così, devo ammetterlo. Capelli rasati, nulla in testa, ai piedi i sandali.

Stare in mezzo a questo crogiolo di culture, mi ha fatto ricordare quanto mi mancasse tutto questo, quanto la routine solita non mi bastasse più. Perchè a volte la verità è che le rassicurazioni diventano schemi asfittici, che non vediamo finchè non abbiamo la forza di uscirne.

C’è gente che viaggia il mondo, cambia lavoro in continuazione, fa vacanze pazzesche spendendo pochissimo, perchè a girare il mondo ti fai degli amici per il mondo, amici che ti ospiteranno… e noi italiani lì, fermi, a fare i nostri conti su come arrivare a fine mese con 800 euro (quando va bene), a pensare se ci bastano i soldi per la serata in più fuori, per il concerto, o se ci conviene tirare su tutto, perchè non sai se magari domani ti si rompe la marmitta, ecco…

Noi lì, a scegliere sempre tra gli stessi 4 locali, a perdere la testa per il pirla o la sciampista di turno, a scannarci per l’oscar a Sorrentino, il festival di Sanremo e un governo che boh… e fuori c’è tutto un mondo di turbanti e surfisti e giapponesi…

Non ce l’ha ordinato nessuno. Eppure lo facciamo lo stesso. Io non lo so se riuscirò a rimanere qui un anno, perchè la vita è veramente molto cara e oggi complice il jet lag ho concluso ben poco, ma me lo auguro perchè mi sembra davvero un ottimo punto di partenza per tutta una serie di esperienze che mi riempiranno l’anima di bellezza.

Al gate ho conosciuto due ragazzi sardi, diretti anche loro a Sydney. Molto diversi ma entrambi molto piacevoli e di compagnia. Uno gira il mondo da anni, l’altro è partito all’avventura come me.

Ciò che è accaduto dall’imbarco a Istanbul per Bangkok è un’altra storia, o meglio, un altro post.

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3 Responses to Torino – Istanbul, verso Sydney.

  1. Laccagialla says:

    Non vedo l’ora di leggere il resto 🙂

  2. mrsgombs says:

    Aggiornaci quando puoi!

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