Soul casualties part 2.

Un ragazzo in bici, con il cappuccio, ha incrociato il mio sguardo mentre ferma al semaforo facevo quello che so fare meglio, ricacciare indietro le lacrime. Me l’hanno insegnato da bambina che non dovevo piangere, ed è una delle lezioni che più mi sono rimaste impresse. Non piansi quando mi dovettero rompere il braccio in un secondo punto, per una migliore ricostruzione ossea, in quinta elementare, nè quando mi rimase la gamba incastrata tra due cavalli, con un conseguente ematoma che durò mesi, due anni dopo.

Ancora oggi per me piangere è tremendamente difficile. Troppo difficile. E a volte invece sarebbe bene farlo.

La verità è che il dolore va vissuto, non ci sono scorciatoie. Bisogna stare lì con la propria sofferenza, il proprio vuoto, le proprie lacerazioni. Non fare nulla che non sia prenderne coscienza. Solo così si può crescere. Ma ci insegnano invece a fuggire dal dolore, a zittirlo, a fare qualunque cosa fuorchè ammetterlo…forse è per questo che ci sono tanti bambini travestiti da adulti in giro e tante persone bisognose di uno psicologo.

Sembra che per un viaggio bisogni partire leggeri, senza risentimenti, rimpianti nè rancori. Senza ciò che i francesi definiscono le coeur lourd.

Non partirò con quella leggerezza, ma io mi complico sempre la vita.

Qui rimane quel divano, su cui sarei rimasta molte più ore di quelle che mi sono state concesse. Rimane quella casa in cui sono stata felice. In cui ho riso e ho amato e mi sono dimenticata di tutto ciò che c’era fuori, di tutto ciò che dentro di me poteva causarmi sofferenza. Rimane quel letto in cui ho dormito, 8 ore di seguito, tranquilla come non mai. Quella doccia al di fuori della quale sapevo che avrei trovato il caffè pronto. Rimangono quegli occhi che mi dicono “io non so come rapportarmi al fatto che te ne vai”. Ma lo dicono tardi. Lo dicono a 48 ore dalla partenza. Che è tardi. O forse no, forse non è mai tardi.

Il fatto è che nella vita non ci si può fermare ad aspettare i forse. Bisogna costruire se stessi indipendentemente da ciò che fanno coloro che ci stanno intorno. Perchè se non siamo realizzati non saremo mai felici e non staremo mai bene con nessuno, che per quanto possa essere banale è vero.

In passato ho spesso sacrificato me stessa e le mie aspirazioni per il ragazzo di turno. Poi me ne sono sempre pentita. E ora mi trovo a dover andare dall’altra parte del mondo, che da una parte è una meravigliosa opportunità, dall’altra vi assicuro che fa paura. Specialmente quando dall’altra parte del mondo non hai niente e nessuno.

Ultimamente mi hanno chiesto che cosa ho da perdere e che cosa lascio qui. Qui lascio gli affetti. E non è cosa da poco. Forse ci lascio anche l’Amore. O forse solo una persona che si è accorta di volermi accanto quando ha capito che non mi avrebbe più avuto non per il suo fuggire ma per la distanza fisica che da qui a poco ci separerà. Io questo non lo so, lui non lo sa, gli altri men che meno. Almeno questa sera ci ho parlato senza filtri nè teatrini, e tanto basta. Tanto evidentemente ci era concesso.

Spesso dico che in questi tempi contemporanei in cui la precarietà è la regola, anche gli affetti sono un lusso. Eppure sembra impossibile riuscire a non legarsi mai a nessuno, sebbene sarebbe preferibile. Il fatto è che il mio è un cinismo solo apparente.

So che molti mi invidiano in questo momento e che sto andando a vivere quella che potenzialmente sarà una meravigliosa avventura, se non mando tutto a rotoli con i miei repentini attacchi di saudade misti a spleen. Ma so anche che il mio cuore è spezzato. Che sentirò la terribile mancanza delle persone a me care. E che la paura di fallire in questa avventura non è una buona compagna di viaggio.

Non mi sono guardata indietro stanotte. Non ho guardato nello specchietto. Sono uscita dal parcheggio e ho imboccato la prima via sulla destra, per sparire immediatamente. Ho sempre preferito gli strappi netti alle lente agonie. Chissà se e quando rivedrò quella casa… che poi è strano che mi riferisca alla casa e non a lui, che è chi rende speciale quella casa sulle cui scale ho sempre il batticuore e le farfalle nello stomaco. Forse parlo della casa per prendere le distanze da ciò di cui veramente sentirò la mancanza, per proteggermi un poco, in qualche maniera bizzarra.

E’ strano come il dolore che ci autoinfliggiamo sembri sempre più sopportabile rispetto a quello che ci infliggono gli altri. Anche quando ciò che facciamo a noi stessi, se fatto al prossimo sarebbe probabilmente passibile di denuncia. Ma l’autolesionismo dà la sensazione di controllo, e siamo tutti assetati di controllo.

La verità è che il controllo non ce l’abbiamo praticamente su nulla. Potremmo avere il controllo sui nostri pensieri e sulle nostre azioni, se lavorassimo maggiormente sulla consapevolezza, che significa anche guardare alle proprie ferite per quelle che sono.

Sembra che comunque tutto passi.

Io non lo so se quello che provo adesso passerà. Se tra qualche mese mi farà sorridere questo vuoto che provo, se lo vedrò come una gigantesca finzione. So che ora è reale e che mi restano poche ore di sonno prima di iniziare il delirio prepartenza, perchè ho rimandato troppo a lungo le azioni necessarie.

Però oggi avevo bisogno di stare con quella persona. Di chiudere tutto e tutti fuori, di vivere una stagione rubata e forse una meravigliosa illusione.

Me ne sono andata di notte perchè di notte è più facile, i semafori non hanno colore e le strade sono sgombre. Il silenzio attutisce e abbraccia ogni cosa. La mattina invece c’è la fretta della città che si sveglia, l’ansia dell’andare al lavoro, le code che ti portano a riflettere maggiormente, o a coprire i tuoi sentimenti con il tedio per un verde che non arriva mai. La mattina mette tutto a nudo e i sentimenti non sono materiale da bancarella.

“Quando mi hai detto che partivi sono venuto sotto casa tua. Poi però non sapevo che cosa fare…”

“E perchè non hai suonato?”

“Perchè poi sarei stato peggio, se ti avessi vista di più sarei stato peggio.”

Ammiro le persone che sanno rinunciare a un piacere immediato per evitare un maggior dolore futuro. Io non ci riesco. Per me il dolore più grande restano tutte quelle ore che noi avremmo potuto trascorrere insieme, scoprendo magari che in fondo non andiamo così d’accordo, e potendoci salutare sapendo che nessuno perdeva nulla. Oppure permettendoci di vivere tutto ciò che desideravamo, senza pensare troppo a un domani che sarebbe giunto comunque e che si è rivelato profondamente doloroso lo stesso.

Ma alla fine la verità è che ho rinunciato a vivere così tante volte che non posso farne una colpa a chi l’ha fatto nei miei confronti.

Rinunciare a vivere è sempre la punizione più grande che possiamo infliggere a noi stessi, perchè il tempo non ce lo restituisce nessuno. Ma questa cosa ce la insegna il lutto e tuttavia è una lezione che noi esseri umani, come tutte le lezioni importanti, dimentichiamo troppo in fretta.

E comunque ribadisco che a innamorarsi sul Pont des Arts sono bravi tutti, voi andate a innamorarvi durante un abbraccio in corso Tassoni a Torino, all’angolo con via Cibrario, sul controviale, poi ne parliamo.

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4 Responses to Soul casualties part 2.

  1. Laccagialla says:

    Un abbraccio…

  2. mrsgombs says:

    Che ti posso dire?
    Fai buon viaggio tesoro mio.
    Un abbraccio.

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