Per me possono morire tutti.

Cominci la giornata pensando che il tuo smartphone sia diversamente smart dal momento che spento, in carica, scopri che nonostante tu abbia impostato la sveglia lui non la aziona anche da spento, come facevano i comuni cellulari paleolitici. Quindi anzichè alle 5 e mezza ti svegli alle 6 e 10 ed è ok panico, perchè entro le 7 devi essere al lavoro. Direi un buongiorno. 

Arrivi a lavoro. La prima frase che senti dopo aver attraversato il solito limbo composto da zingari con Porsche, merda di piccione e ratti è la seguente: “c’è da assorbire”. Anche oggi. Che palle, sono 2 settimane che assorbo. 

Dopodichè un mio pseudocollega si mette a chiedermi dell’Australia, mentre io sto incasellando due zone, e non ho tempo di parlare dell’Australia e non mi interessa dove facevi colazione te a Sydney, perchè se mi fosse interessato te l’avrei chiesto. E non ho manco voglia di parlarne perchè devo fare il biglietto e sono in ritardo sulla cosa il che mi turba e mi crea ansia. E di ansia oggi ne ho già più del minimo sindacale tollerabile, di cui voi in posta siete tanto esperti. 

Torniamo all’assorbimento. Assorbire nel gergo postale significa che mancano portalettere quindi quelli che ci sono devono fare la propria zona più un pezzo di un’altra zona. Insomma alle 13.40 ero ancora lì che citofonavo per delle raccomandate. Sotto la neve. E notare che alle 10 ero già incazzata nera perchè la gente vuole fare conversazione, oltre a farsi portare la raccomandata sull’uscio, e non si rende conto che tu non sei a passeggio con due lettere in mano ma sei di corsa e con di fronte la plausibile prospettiva di farti la pipì addosso. E ci sono i fenomeni, quelli che comprano online e ti fanno portare i loro maledetti pacchi Amazon. Ne avevo due. La destinataria del primo non aveva il nome sul campanello. Lo vedo sulle buche. Allora torno fuori e citofono al campanello corrispondente, per magnanimità mia, ché se tu sei pirla e ti fai recapitare le cose a casa senza mettere il nome sul campanello non è un problema mio, a un certo punto. 

Citofono. Risponde.

– Sono la postina, ho un pacco amazon per X X. 

– Non mi interessa. 

Sapesse a me…

A un’ora indecente, e sentendomi comunque come Calogero per la roba che mi stavo portando indietro, torno in ufficio (zingari, guano e topi), verso le raccomandate e mi catapulto fuori per andare a fare l’esame integrativo post laurea di letteratura inglese. Non perchè io sia stata manchevole in qualcosa nella mia carriera universitaria, che anzi è stata forse l’unica cosa in cui sono riuscita nella vita, ma perchè vivo in Italia e si sa… l’Italia. 

Sotto la neve da ormai ore arrivo allo studio della docente. Ero persino preoccupata che stesse aspettando solo più me e invece avevo ancora qualcosa come 6 o 7 persone davanti. E ogni persona la teneva mediamente 40 minuti. Vedendo l’idea di finire a un’ora decente e andare in palestra per dedicarmi finalmente un po’ a me stessa sfumare, mi è preso lo sconforto più totale. 

Dato però che il “vaffanculo” che avevo scritto in fronte non era probabilmente abbastanza palese, una seduta fuori dallo studio della professoressa, vicino a due marocchini (di cui uno canticchiava), mi fa: “tu che esame devi dare?” “quello con la prof. X” “sì ma che programma?” “il mio è un esame post laurea, abbiamo concordato il programma” “ma è un esame d’area?” “Che cos’è un esame d’area?!?” “ma sei preparata? io non ho più voglia di ripassare” “sono preparata come può essere preparata una che lavora e studia” “ma hai studiato?” in quel momento il “vaffanculo” sulla mia fronte si è arricchito di un pregevole sottotitolo: “perchè non muori e taci?”. 

L’esame è, ovviamente, per chi mi conosce, andato molto bene. 

Rientro. Neve, freddo, neve. 

Vado in palestra alle 8. Non riesco a fare nulla e mi rendo conto che la triste verità è che o fumi come una turca o ti alleni in maniera decente, non ci sono vie di mezzo. Frustrata a mille esco dalla palestra mollando lì dopo 20 minuti totalmente inconcludenti. Chiamata persa di mio padre. No mio padre no. 

Arrivo a casa, doccia, cena. Apro facebook. 

E trovo il seguente messaggio privato da parte di una ragazza che faceva danza con me 3 anni fa:

“venerdì alle 17 ho l’esame di inglese, potresti aiutarmi via whatsapp se ti mando delle foto? perchè se non lo passo rischio di non laurearmi”. 

Un tempo a una richiesta del genere mi sarei posta il problema. Oggi no. Oggi penso che non è un mio problema. Che anzi sia un tuo grosso problema avere il coraggio, dal nulla, di mandarmi un messaggio del genere. Che mi aumenta solo l’incazzatura generalizzata che provo per la stupidità umana di questi tempi. 

Ciccia, ti spiego una cosa: 

1. io fino a ora ho avuto dei ritmi e una serie di impegni che tu probabilmente non puoi nemmeno immaginare per cui venerdì pomeriggio col cavolo che sto attaccata al telefono per risolverti i problemi anglofoni. 

2. può benissimo capitare di iniziare a preparare un esame troppo tardi. Ma questo non significa che tu debba rompere le palle agli altri. E soprattutto non ti autorizza a farlo. 

3. se non impari l’inglese, esame o meno, laurea o meno, non andrai da nessuna parte nella vita. 

Confesso di essere sconcertata dal messaggio in oggetto. Veramente sconcertata. A me oggi è stato chiesto se desideravo sostenere l’esame in italiano o in inglese. Ho risposto in inglese. Ma alla fine voglio dire, sono 15 anni che studio inglese, sono laureata in lingue, se non sono in grado di sostenere un esame in inglese che cosa vivo a fare? Che cosa mi avete dato la laurea a fare? Perchè il paradosso è questo, che vogliono insegnare storia alle superiori in inglese, ma poi gli studenti di lingue gli esami relativi alla letteratura della lingua straniera che studiano li danno in italiano. 

E’ l’ennesimo paradosso di questo Stato che affonda e scompare e nessuno sembra accorgersene. 

La ragazza marocchina è andata male all’esame. Perchè non aveva le basi. Per forza. I programmi scolastici in Marocco non sono uguali ai nostri. Ci sono gli studenti di origine straniera che si sbattono a mille per integrare quello che manca alla loro formazione rispetto alle richieste della scuola italiana, altri non ci riescono. 

Poi ci sono gli italiani. Quelli che ignorano Shakespeare e non gli interessa nemmeno saperne qualcosa. Quelli che ti chiedono di fargli l’esame su whatsapp. E quelli che Shakespeare lo conoscono, e lo apprezzano, e sanno coniugare i verbi come l’Accademia della Crusca comanda. Questi ultimi devono andare via se non vogliono finire a sperare di ottenere uno stipendio portando bollette della Telecom e messi di Equitalia. 

E chi rimarrà in Italia? Rimarranno Lapo Elkann ed Emanuele Filiberto, i calciatori, gli italiani ignoranti e gli stranieri. E di noi forse resterà il ricordo di quelli che un tempo civilizzarono i barbari, e che poi si sono estinti, da qualche parte nel XXI secolo. 

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