Rivendicare con orgoglio. Povera Italia.

Giovedì scorso per me è stato come un lunedì. Poco prima delle 7 ho avuto l’ennesima riprova che l’unica certezza al mondo è la legge di Murphy. Dato che da qualche giorno facevo la postina sulla stessa zona ho pensato: “Massì, mi porto dietro Shakespeare così se avanzo una mezz’ora vado avanti a studiare”. Ho sbagliato lì. Avevo fatto lo stesso errore quando avevo fatto fare un giro di posta al manuale di linguistica in una giornata da dimenticare, postalmente parlando.

Così alle 6 e 20 eravamo usciti Shakespeare, Antonio, Cleopatra e io. Arrivata in sede il mio caposquadra mi dice: “Manca una persona, ti metto a fare la linea mercato 77. E poi c’è anche da assorbire la tua zona se te la senti”. Zona nuova + pezzo di zona vecchia. Nel mio cervello la risposta era: “no”, ma ho detto “sì”, per rispetto e solidarietà verso i colleghi. Inutile dire che ho finito con mezz’ora di ritardo, ma facendo comunque tutto.

A un certo punto, mentre consegnavo la posta ho alzato gli occhi. In via Lamarmora 35 c’era una targa fuori da una casa. La casa in cui Pavese visse per 20 anni. Sembrerò patetica e stucchevole ma in quel momento ho pensato che il mondo mi stesse regalando un frammento di bellezza. Perchè a volte uno non è proprio dell’umore migliore possibile, eppure, se si ha la disposizione d’animo necessaria ad accogliere ciò che di bello c’è fuori da noi qualcosa può cambiare. Quindi io erò lì che anzichè concentrarmi sul negativo (sono in ritardo, non so dove cavolo sono, mi sono dimenticata un pacco, questa Panda sembra un trattore…) mi dicevo “caspita ma che case fantastiche ci sono in via Governolo e via Lamarmora, due viuzze nascoste nel cuore di Torino, e nessuno lo sa? E io me le vedo adesso sotto al sole dell’inverno e se piovesse magari non me ne renderei nemmeno conto?”, perchè la battuta di Frankestein Junior “potrebbe andare peggio, potrebbe piovere”, è particolarmente vera per i postini.

Tornata in ufficio faccio un bel sorriso al mio collega che qualche giorno prima mi aveva tirato un ricciolo ricordandomi le modalità di baccaglio dell’asilo e gli dico, con gli occhi brillanti dalla gioia: “Nella zona che sto facendo c’è la casa in cui ha vissuto Pavese!” “Chi?” “Cesare Pavese!””Non lo conosco, io sono ignorante, non mi serve saperlo”.

Errore mio? Forse. Però ho detto Cesare Pavese, non Grazia Deledda o Carlo Emilio Gadda, che magari non lo sai chi sono. Pavese lo fai alle elementari…

Quello che più mi ha inquietato è stato intravedere quasi un moto d’orgoglio nel suo definirsi ignorante. Il fatto è che lavorando in posta mi rendo conto che l’italiano medio non è come me o come il mio amico Giuliano con cui spesso chiacchieriamo e ci confrontiamo sull’Italia, sull’estero, sull’evoluzione della società. E ho anche realizzato che quando parliamo di queste cose parto da un presupposto erroneo, ovvero che l’italiano medio sia come noi, che non siamo onniscienti ma che abbiamo la consapevolezza delle nostre debolezze dal punto di vista culturale e l’interesse e la curiosità necessari per colmarle.

Io ad esempio non ho mai capito niente di fisica ma non ne vado “orgogliosa”. La Santanché rivendica con orgoglio a destra e a manca, io no. Non sono un genio in matematica, che non faccio dalla quinta liceo e mi è costata un lavoro da traduttrice a Bruxelles, ma quando dovevo calcolare l’Iva sulle fatture o mettere il mark up sulle tariffe mi facevo spiegare come farlo da un mio collega più ferrato in queste cose, perchè mi interessa imparare cose nuove, mettermi alla prova in campi a me poco familiari. Non è però per tutti così.

Che poi a me interessa anche imparare a usare il trapano e tassellare. O altre cose relative a quella che possiamo definire come “bassa manovalanza”. Mi piace sentirmi il più possibile autonoma. Sono fatta così. Non è che faccio il ragionamento al contrario per cui: “io sono laureata quindi non mi interessa saper riparare un sifone se mi si sta allagando casa”.

Ora mi rendo conto che la massa degli italiani oggi è ignorante e non ha nessun interesse a migliorare la propria condizione. Lavora, si lamenta, finisce di lavorare, dorme, si rialza va a lavoro. E gli va bene così. Poi votano Berlusconi, guardano la De Filippi e il cinepanettone. O fanno la rivolta dei forconi. O votano 5 stelle. Insomma quelle cose lì. Che a me danno il voltastomaco ma sono in minoranza, inizio a capirlo…

Poi ci sono le nuove generazioni che passano la vita a fotografarsi in bagno o, ultimamente (scoperta che ho fatto con orrore), si fanno fare la foto dall’amico o dall’amica di turno e la postano sui social mettendo poi in fondo “ph:” e il nome dell’amico che li ha fotografati. Ph= photographer. Nemmeno fosse una foto di Doisneau o LaChapelle. E oltre queste poi ci sono le selfie che mi faccio pure io sentendomi veramente idiota ma sono vanitosa da quando ero bambina e alla fine mi concedo qualche sprazzo di vanità mista a idiozia consapevole della cosa e determinata a non voler finire così:

Che alla fine uno un minimo meno solare degli altri pensa che con tutte queste foto di noi stessi sarà un peccato morire una sola volta.

Quindi quando mi parlano di ripresa futura, uscita dalla crisi, ecc. visti quelli che per me sono i presupposti ovvero un popolo costituito da adulti ignoranti, giovani adulti che sanno che l’unico modo di farsi una vita è andarsene o entrare in politica (io piuttosto pulirei i cessi al Mac Donald) e teen ager che non ti sanno fare un discorso che vada oltre ai social, ascoltano i Modà e Fabri Fibra e hanno il cellulare appiccicato alla mano come prolungamento del proprio corpo, beh io non vedo un futuro roseo per questo paese.

Tornando alla posta… Inutile dire che la zona che ci siamo divisi per assorbirla dato che ne stavo facendo un’altra l’abbiamo coperta tutti. Tutti tranne Calogero. Che si è preso la posta e se l’è riportata indietro. Quindi si è preso i due soldi in più che ti danno se fai un pezzo di zona al di là della tua ma non l’ha fatta. Lui sì che è ben integrato nel sistema posta.

Ci sarebbero ancora molte cose da dire ma probabilmente non interessano. Aggiungo solo che quando sono rientrata ho chiesto se il giorno seguente avrei fatto la 45 o la 77. No, fai di nuovo la 45 domani, tranquilla. Tranquilla. Venerdì mi hanno rimesso sulla 77, che se lo sapevo entravo mezz’ora prima.

Sembra almeno che farò la 77 fino a fine contratto, così magari riuscirò a capire chi vive ora nella casa che è stata di Pavese. Peraltro nella 77 vive Piero Chiambretti, che mi è sempre stato seriamente antipatico e quando venerdì gli ho portato da pagare il canone Rai sono stata contenta.

Non conoscere Pavese e non volerlo conoscere. Vivere veramente come le bestie.

[…]

Ritroverai parole

oltre la vita breve

e notturna dei giochi,

oltre l’infanzia accesa.

Sarà dolce tacere.

Sei la terra e la vigna.

Un acceso silenzio

brucerà la campagna

come i falò la sera.

30‒31 ottobre ’45

Cesare Pavese, La terra e la morte, 1945 – 46

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