La Venus à la fourrure. Venere in pelliccia.

Per me Torino è diventata un po’ asfittica. Mi annoia. Vedo una città bella, per carità, ma che non sa offrire nulla di nuovo. Questa è un’opinione chiaramente soggettiva, tenendo anche conto del fatto che dopo 4 anni io mi stufo praticamente dell’ovunque. Però mi sembra che si continui a vivere dell’eredità delle olimpiadi invernali del 2006 senza rendersi conto che sono passati 7 anni (e non siamo in Tibet con Brad) e che ciò che 7 anni fa sembrava avanguardia pura oggi rientra nel campo del già visto e porta a voltare velocemente lo sguardo altrove.

“Torino internazionale, meta di turisti da tutto il mondo!!!”, strillano le istituzioni e i tour operator incoming. Sì, peccato che sia molto difficile trovare una commessa in un negozio del centro in grado di dire due parole in inglese. Ad esempio. Peccato che in concomitanza dei World Master Games dello scorso agosto, che hanno veramente richiamato persone da ogni continente, molti dei locali storici torinesi fossero chiusi per le ferie estive e che i loro titolari nemmeno sapessero dell’evento in programma  (leggi alla voce: sinergia e coordinamento =  meno di zero). Come ha ben riassunto una signora che ieri spiegava ad amici in visita le decorazioni natalizie della città: “Sono sempre le stesse ma ogni anno cambiano via”. Ecco appunto. Parlava delle tanto acclamate Luci d’artista, ovvero le decorazioni luminose progettate da alcuni artisti per adornare le vie del centro in vista del Natale. Bellissima iniziativa, ottima. Ma diciamola tutta: sarà una decina d’anni che le opere sono sempre le stesse, non sarebbe il caso di rinnovarle un po’? Specialmente in un momento storico che pullula di artisti? Nessuno fa più niente che non sia artistico, approfittiamone! No. Cambiano la via in cui mettono la tal decorazione. Come se uno fosse pirla e non si rendesse conto che ciò che ha visto due anni fa in via Garibaldi oggi è in via Lagrange, per fare un esempio. Lo scorso anno di questi tempi promuovevo un pacchetto turistico che facesse visitare Torino in concomitanza proprio delle Luci d’artista. Ora, alcune sono anche suggestive (altre meno), ma mi sembrava di prendere in giro la gente e di avere quel tipico atteggiamento italiano per cui si esalta qualcosa senza rendersi conto che il resto del mondo è abituato a ben altri standard e che ciò che stai venerando tu è in realtà una pallida imitazione di cose decisamente superiori, ma bisognerebbe guardare oltre il proprio ombelico per rendersene conto, cosa che la maggior parte degli italiani non fa. Ma l’avete vista la Fête des lumières a Lione?!? Quelle sono opere d’arte! Quell’evento, così organizzato, merita una visita nonostante la calca e il delirio, non le nostre 4 strade sempre uguali…

Comunque, andiamo avanti…

Nonostante il mio approccio negativo, ieri sera Torino mi ha piacevolmente sorpresa. C’è un cinema, il Nazionale, in pieno centro, che stava morendo poco a poco. È un piccolo cinema, nulla a che vedere con le multisala con le poltrone supercomfort e i pop corn serviti in pratiche bacinelle di capienza 2kg. A parità di film il pubblico spesso sceglieva altri cinema, essenzialmente per questioni di comodità. Così il Nazionale ha visto davanti a sé due strade: chiudere o reinventarsi. Ha scelto la seconda. Adesso infatti, anziché replicare le proposte di altri cinema, proietta i film in lingua originale sottotitolati in italiano. Ed è l’unico a farlo sistematicamente a Torino, se escludiamo alcuni casi sporadici al Massimo o al Blah Blah, un locale in via Po. Inoltre si è arricchito di una graziosa libreria all’ingresso che presenta testi molto interessanti, specialmente dal punto di vista musicale.

Così, grazie a qualcosa che non è avanguardia ma a Torino è nuovo, questa sera ho potuto vedere Venere in pelliccia (La Venus à la fourrure), l’ultimo di Polanski in lingua originale. Io le recensioni non le so fare, quindi condivido di seguito le mie impressioni sul film senza alcuna pretesa di competenza.

Dopo Carnage, Polanski porta un’altra pièce teatrale sul grande schermo. E questa volta amplifica l’esperimento, dato che riduce ulteriormente il numero dei personaggi (questa volta sono soltanto due) e che il film si svolge interamente all’interno di un teatro (con una forma quindi di meta teatro all’interno del cinema).

Ancora una volta il regista indaga l’animo umano, le sue fragilità, le sue maschere. Il tema in questo caso è il sottile gioco della seduzione, il rapporto tra uomo e donna inteso come schiavo e dominatrice, dunque con derivazioni sadomasochistiche, che sono il pretesto per dare risalto alle luci e alle ombre dell’animo umano.

L’interpretazione dei protagonisti (Emmanuelle SeignerMathieu Amalric) è magistrale e riesce a mettere giustamente in risalto la complessità dei personaggi che si svelano con il progredire della trama ma mai completamente, lasciando intorno a sé quell’alone di mistero che rimane indecifrabile, serrato in allusioni ambigue che costellano l’esistenza di ognuno. E proprio l’ambiguità è uno dei fili conduttori del film.

Polanski riesce a rendere molto bene i meccanismi propri della seduzione; tra gli attori si instaura un’attrazione palpabile, la carne chiama la carne e tuttavia ci si limita a sfiorarsi quando tutto nell’atteggiamento del corpo e del viso lascia percepire desideri molto più profondi ed espliciti.

 Si recupera così tutta la carica sensuale data dall’avvicinare il viso alla nuca dell’altro, allacciarne l’abito, trovarsi a pochi millimetri ma non toccarsi, lasciar crescere un desiderio sempre più dirompente che urla nell’aria facendosi strada oltre la pelle.

In questo il regista riesce a instillare nel pubblico forse una sorta di nostalgia per quei tempi in cui soddisfare un desiderio non era così immediato come lo è oggi e, di conseguenza, l’incontro della carne era meno banale.

Se il contatto fisico inequivocabile ci sarà o meno lo lascio scoprire a voi.

A me è rimasta la sensazione di un film splendido e complesso che sicuramente in queste poche parole scritte in maniera confusionaria e di fretta non sono riuscita a rendere. E la voglia di provare di nuovo in prima persona quel desiderio così ardente perché così lontano dalla propria soddisfazione. Tenere le labbra a distanza di pochi millimetri, a un passo dal bacio, godendo di  quella tensione, quell’attesa del piacere che è essa stessa il piacere, come si è soliti dire. Nonché il proposito di comprarsi un bustino e un frustino, perché la parte frivola è sempre presente. Non sia mai. 

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