Il magico mondo delle Poste Italiane

L’anno scorso di questi tempi compravo vestiti per le fiere e scarpe tacco 13, sempre per le fiere e gli incontri con i clienti. Quest’anno compro felpe con cappuccio e scarpe da ginnastica per fare quella che gli esperti chiamano “portalettere” ma che in realtà tutti definiscono: postina.

Sì, sto facendo la postina. Da una parte fa ridere, dall’altra… mica tanto.

La cosa è accaduta poichè avevo mandato anche un curriculum alle poste, per l’ufficio marketing. Mi hanno chiamata per fare appunto la postina. Ho deciso di accettare per mille motivi con cui non vi tedierò e questo mi sta dando modo di conoscere dall’interno la realtà di quell’incubo collettivo che sono le poste italiane. In tutta onestà posso dire che da dentro è anche peggio.

L’assunzione è stata da un giorno all’altro. Richiedevano mille certificati, come se uno non avesse altro da fare nella vita che recarsi immediatamente dal medico e in tribunale, magari non essendo nemmeno residente dove è domiciliato… e tutto è iniziato con 2 giorni di corso sulla sicurezza sul lavoro. Eravamo una trentina. Alcuni giovanissimi, molti dal sud. E mi veniva spontaneo chiedermi che cosa potesse saperne uno, arrivato il giorno prima da Potenza, delle strade di Torino. La ragazza seduta vicino a me al corso (un corso da tagliarsi le vene, lo ammetto) veniva dalla Sicilia. Mentre ascoltavamo le varie procedure di emergenza, le caratteristiche dei DPI e altre amenità, ogni tanto sbuffava ed esclamava: “ma a me che me ne futte!!!” (la maggior parte della gente continua a non rendersi conto che lamentarsi non migliora le cose, anzi…), dopodiché riprendeva a messaggiare su Whatsapp col fidanzato. “Che cosa hai mangiato a pranzo amore?”. Non so voi, ma io quando in una coppia ci si chiede che cosa si è mangiato con una certa regolarità penso che si sia alla frutta, per rimanere in tema.

L’unica cosa buona del corso era l’insegnante. Un ingegnere cinquantenne che aveva fatto il postino in gioventù per mantenersi agli studi. Inoltre faceva l’istruttore di nuoto. E credetemi, si vedeva che fosse un nuotatore.

Dopo questi due giorni di follia, in cui regnava la disorganizzazione più totale, per cui il primo giorno siamo stati tenuti in ostaggio in una stanza 7 ore (bellissima la scena di uno che usa il telefono per capire se possiamo avere mezz’ora per mangiare e squilla l’altro cellulare che era sulla scrivania…), senza poter andare in bagno o fare pranzo, è iniziato il lavoro serio: la consegna della posta.

Il centro a cui sono stata assegnata sorge in un luogo ameno, proprio di fianco a un campo rom. Quando arrivo al mattino vedo falò e tappeti appesi alle recinzioni. Tappeti che danno veramente un tono all’ambiente, per citare Il grande Lebowski.

Inizialmente pensi che ti assegneranno una zona che coprirai per i 3 mesi del tuo contratto. In realtà non è così. Noi portalettere a tempo determinato infatti siamo carne da macello che viene spostata anche quotidianamente per coprire chi è in ferie, in malattia, assente e via dicendo. Quindi tu eri convinta che: va beh, la prima settimana dovrò imparare un po’ di cose, poi sarà molto più facile. E invece no.

La prima cosa che ti salta all’occhio all’interno di un CPD (centro primario di distribuzione) delle poste italiane è esattamente ciò che immagini, ovvero il caos. Vedendo dall’interno la gestione della posta non posso fare a meno di chiedermi come sia possibile che ci siano così pochi incidenti, ritardi e lamentele. La sensazione che provo lì è la stessa che provavo nel traffico del Cairo. Sono situazioni in cui ti rendi conto che non puoi far altro che credere in un’entità superiore, altrimenti non si spiega come possano sussistere determinati sistemi.

La seconda è che i piemontesi sono una minoranza etnica soggetta a lievi forme di discriminazione. I piemontesi laureati poi non ne parliamo. Quando mi chiedono che cosa ho fatto e che esperienze ho, se rispondo onestamente, mi guardano come se fossi un’aliena. Forse non si rendono conto che la crisi è grave come sembra e non tutti i laureati stanno a casa a piangersi addosso e a chiedere i soldi a mammà.

Ogni portalettere ha una zona e il suo casellario. Quindi per prima cosa al mattino, quando uno arriva (generalmente tra le 6 e mezza e le 7), va a prendersi da coloro che smistano la corrispondenza quella relativa alla propria area. Dopodichè si sposta alla sua scrivania sopra cui c’è il casellario e inizia a incasellare la posta, dando la priorità ovviamente a bollette, quotidiani e riviste, la pubblicità dopo. Sempre che qualche genio che si annoiava (sono quelli a tempo indeterminato) non si sia messo a incasellartela pensando di farti un favore mentre eri fuori a consegnare, per cui ti ritrovi il casellario che straborda roba inutile e non sai dove infilare quella utile (questo per dire che consegnare TUTTA la posta che arriva al centro il giorno stesso è molto difficile, specialmente con l’avvicinarsi del Natale). Devi essere molto attento perchè se hai vie diverse ma gli stessi civici rischi di mischiare le cose e non sono bei momenti quando poi consegni a Via Mazzini 62 la posta di Via Gramsci 62, per esempio.

Una volta finito tutto ciò vai a prenderti le raccomandate e gli atti giudiziari e incaselli anche quelli, a cui fa seguito la corrispondenza. Le scartoffie relative a raccomandate e atti giudiziari sono numerose ma l’utilizzo del palmare dovrebbe snellirne la gestione. Peccato che la persona che abbiano messo in questi giorni a spiegare alla sottoscritta il lavoro non usi il palmare mentre io da domattina dovrò usarlo.

Peraltro mi sfugge perchè non si parta dalle raccomandate, visto che quelle hanno la priorità assoluta. Forse lo capirò in seguito.

Il primo giorno, essendo il posto un labirinto, mi ha accompagnata un uomo, che avrei poi scoperto essere mio collega, incontrato alla bollatrice. Portava sotto il braccio Il Manifesto. Mi fa tenerezza, è un comunista gentile con le manie di persecuzione, che veste fuori moda dall’81. Ogni tanto ha una crisi isterica perchè qualcuno si è comportato male, secondo lui, nei suoi confronti. Io, per evitare che pensi che anch’io ce l’ho con lui, lo saluto sempre, scandendo bene il suo nome. Lui il mio non lo ricorda, così mi chiama “Stella”. Quando gli ho chiesto un consiglio su come raggiungere il centro più velocemente per andare a Palazzo Nuovo a parlare col professore di letteratura francese, ho visto il terrore nei suoi occhi. Lui in centro non ci va mai. Giusto. Il centro è la quintessenza del capitalismo, si sa.

Il signore che al momento ha la scrivania alle mie spalle è calabrese e alle 7.10 inizia a canticchiare: “Siamo tutti calabresi, siamo tutti calabresi”. La ragazza di fianco a me usa i leggings come pantaloni e ha un trucco di prima mattina che immagino si svegli alle 5 per arrivare conciata così. Se abita fuori Torino forse si alza alle 3.

Una volta incasellato tutto prendi delle cassette e ci metti dentro la posta. Le metti in un carrello e scendi in garage a caricare il tuo mezzo, che nel mio caso è un doblò (Sì, io guido il doblò delle poste e devo ricordare che non posso prendermi con la mia auto le stesse libertà che mi prendo col doblò; penso inoltre che dopo questi 3 mesi avrò dei bicipiti notevoli). Ti dirigi alla tua zona e via, inizi le consegne, dopo esserti cambiata le scarpe, perchè quelle che ti danno loro saranno anche antiinfortunistiche ma ti tagliano la pelle e causano dolore in ogni dove al piede, senza contare che pesano una tonnellata e se fai il postino devi correre, non puoi muoverti come un pachiderma. Dimostrazione di ciò è anche il fatto che le cinture di sicurezza siano sempre allacciate contro lo schienale in modo che non suoni la spia, perchè il postino solitamente la cintura non la mette (in barba ai 2 giorni di corso sulla sicurezza sul lavoro). Finita la consegna rientri e sbrighi la burocrazia relativa alla posta pregiata.

Alcune note:

1. buttare via della posta è reato di carattere penale.

2. se ti fermi oltre il tuo orario lo fai per la gloria perchè gli straordinari non te li riconoscono, quindi problema tuo se non fai in tempo (e rischi ampiamente di non fare in tempo, specialmente se ti cambiano zona continuamente).

3. sembra un lavoro facile e probabilmente se lo fai in un paesino sperduto lo è, ma in una grande città vi assicuro che non è semplice.

4. se esci dopo le 9 per consegnare è molto difficile che tu riesca a rientrare e finire in orario, idem se esci senza aver fatto la preparazione con criterio.

5. da quando entri alle 7 a quando esci alle 2 e mezza, se va bene, hai tempo per una pipì veloce e un caffè veloce. Scordarsi il mito del postino che se la prende con calma.

6. Scordarsi anche il mito del postino che si fa gli affari suoi col mezzo dell’azienda. Tutte le auto hanno il localizzatore gps per cui se non sei sul tuo percorso qualcuno verrà a chiederti che ci facevi da Decathlon alle 11 del mattino in orario di lavoro, se non è la tua zona.

7. le donne che lavorano in posta sono di 3 tipi:

a. quelle che riassumono le peggiori caratteristiche di un incrocio tra una lesbica/camionista e una femminista integralista: niente trucco, corpo informe, capelli messi in modo da svalorizzarsi il più possibile e, se servisse esplicitarlo, sex appeal di un cartellone della Ras.

b. quelle che sembrano arrivare direttamente dal turno del mestiere più vecchio del mondo: trampoli, trucco pesante, pitone, zebra, tigre, pelle (il tutto ovviamente talmente aderente che non si capisce se il vestito sia sopra o sotto la pelle) e chi più ne ha più ne metta.

c. quelle normali, tipo me, con un trucco leggero e un abbigliamento consono alla professione, che sono una netta minoranza.

Il clima è bizzarro. Alcuni ridono, scherzano e canticchiano tutto il tempo. Altri sono totalmente sclerati, frustrati e isterici. Ogni tanto scoppia una mini rissa come fosse hockey ma gli insulti sono molto più volgari e pesanti che nell’hockey. Altri ancora stanno seduti e guardano gli altri lavorare. Questi ultimi se la vivono bene.

Deve esserci una radio in alcune postazioni, perchè l’altra mattina a un certo punto qualcuno ha messo una canzone di Alessandra Amoroso a tutto volume. E’ poi iniziata una discussione tra la Moira Orfei di fianco a me e quella di fronte a me sulla carriera della Amoroso (confesso di essere appena andata a controllare se il cognome giusto sia “Amoroso” o “Amoruso”, sì è il primo). Una preferiva le canzoni del primo periodo, l’altra quelle recenti. Io trattenevo il vomito pensando intensamente a Thom Yorke e non riuscendo a capacitarmi che ci fosse tutta un’evoluzione di una che è uscita da un programma della De Filippi e soprattutto che ci fosse gente che ne ricavasse un discorso. Fortunatamente quando si sono messe ad analizzarne i videoclip (entrambe grandi fan, intendiamoci) io avevo finito di incasellare e stavo facendo “braccia”.

Domani sarà il primo giorno in cui non sono in affiancamento quindi speriamo in bene. Confesso di non essere molto tranquilla all’idea.

Sembra che molti mollino prima della scadenza del contratto. Vedremo che cosa farò io. Al momento la mia priorità è uscire in orario e dedicarmi a ciò che mi interessa sul serio, dopo essermi guadagnata la sopravvivenza. Altro modo di guadagnarsi la sopravvivenza è avere molti primi appuntamenti, così bevi e mangi gratis. Per dire.

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