Great expectations.

Alle elementari, se mi avessero chiesto che cosa avrei voluto fare da grande, sarei stata banale, come tante bambine, e avrei risposto: la ballerina. Che meraviglia era mettere la calzamaglia e il body, allenarsi sul parquet e alla sbarra in quella stanza piena di specchi, agli ultimi piani di un edificio che sembrava un castello, in piazza Roma, ad Asti. Poi arrivava il momento del saggio ed era un tripudio di tutù e mezze punte, piedini nervosi e manine aggraziate. Guardavo le ragazze più grandi, con i loro lunghi tutù neri, quei corpi sottili e flessuosi, la tensione nelle tempie e sognavo me stessa da grande. 

Alle medie se mi avessero chiesto che cosa avrei voluto fare da grande avrei risposto: la giornalista. Lo stesso al liceo. Scrivere, dare notizie al mondo, addentrarsi in terre sconosciute. 

Perchè mi sia iscritta a lingue e non a scienze della comunicazione per un certo verso non lo so, per un altro è una comunissima storia dalle implicazioni freudiane con cui non vi tedio. 

Negli anni dell’università mi sono un po’ persa. Ho smesso di pensare al “dopo”, illudendomi scioccamente che la mia strada si sarebbe presentata di fronte a me con chiarezza e avrei solamente dovuto mettere un piede davanti all’altro. 

Oggi, se mi chiedessero che cosa voglio fare nella vita, ho di nuovo un’idea molto precisa: l’eremita. 

Tempo fa si parlava con una mia amica delle difficoltà relazionali. Lei ha detto: “alla fine bisogna trovare un modo di interagire con gli altri, non è possibile isolarsi completamente”. Io l’ho guardata, ho inarcato un sopracciglio e le ho risposto: “perchè no?”. 

Il fatto è che ci sono persone che hanno l’apertura mentale di un bruco e con loro non puoi confrontarti. Quello che vogliono fare nella vita è avere ragione, e non si può parlare o essere onesti con persone così. Ti esasperano. Bisogna dire: “sì, va bene, bravo”. Ed evitare di relazionarsi con loro quanto più possibile. 

Poi ci sono persone che pretendono. Sono talmente asfissianti che hai la sensazione che ti stiano strappando letteralmente di dosso pezzi di carne a morsi. Sono quelle persone che vedono gli altri come un servizio, e se tu sei un servizio loro sono il cliente e il cliente ha sempre ragione. Vogliono. Stanno male: tu ci devi essere. Si annoiano: li devi intrattenere. E non accade mai il contrario. Se hai bisogno tu, loro hanno qualcosa di migliore e più divertente da fare che rendersi disponibili. Un “servizio” non ha esigenze. Se ci pensi l’animatore viene da te per farti fare il trenino ma tu non vai da lui a raccontargli barzellette (almeno si spera). Insomma: gli opportunisti. 

Poi ci sono quelli “senza filtro”, che ti vedono per caso dopo mesi e, anche se non c’è un rapporto stretto, ti buttano addosso tutti gli affari loro. Il problema è che sostanzialmente non te ne importa una cippa degli affari loro, secondariamente a volte ti raccontano cose che faresti volentieri a meno di sapere, e che ti turbano. La riservatezza è un dono inestimabile che appartiene a pochi.

Poi ci sono i familiari. Sui familiari proporrei un minuto di silenzio. 

Infine ci sono fortunatamente delle persone di valore con le quali passare tempo di qualità. E io frequento solo più queste. Ci ho messo degli anni per imparare a dire “no” agli opportunisti, ai menefreghisti, a quelli che si ricordano che esisti quando gli fa comodo. Mentre ho imparato molto presto a rifiutare quei rapporti superficiali da conversazione da pub, per cui si esce e si beve una cosa parlando del tempo, del lavoro, del costo della verdura, tornando a casa con niente di più e niente di meno dentro. 

Come dice a un certo punto il protagonista del film La grande bellezza, Jep Gambardella: “Qualche giorno dopo il mio sessantacinquesimo compleanno ho capito che non posso più perdere tempo a fare cose che non ho voglia di fare”. 

Ecco, io l’ho capito a 30 anni. 

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