Impara l’arte e mettila da parte.

Durante la mia ultima visita a Firenze, all’interno di Palazzo della Signoria era ospitata una mostra temporanea di Zhang Huan, artista cinese che vive a New York, specializzato nell’utilizzo della cenere di incenso per comporre le sue opere. Così, all’interno dei maestosi saloni medicei si trovavano enormi sculture di Gesù Cristo o Buddha con incastonati dentro teschi o razzi. La cosa mi ha lasciato un po’ perplessa.

Ora, io non sono un’esperta ma un po’ il mondo dell’arte lo bazzico e vorrei quindi fare qualche considerazione su ciò a cui stiamo assistendo negli ultimi anni: opere insulse ospitate in sedi prestigiose, mostre di roba (termine non usato a caso) di fronte alla quale non puoi fare altro che pensare o che non capisci niente tu o che sono matti gli altri, che anche tu hai fatto uno scarabocchio abbastanza simmetrico su un pezzo di carta, ma non per questo hai pensato di esporlo al pubblico qualificandolo come opera d’arte… forse hai sbagliato? … Insomma, vai a vedere una mostra e la lasci pieno di dubbi anzichè di estetica meraviglia.

Le ragioni per cui, quando ci approcciamo all’arte contemporanea, siamo investiti da una massiccia dose di banalità e scarsa o nulla qualità, a mio parere sono due: i soldi e l’ego.

I soldi. 

Con la legge Ronchey del 1993 si dà grande autonomia all’iniziativa privata nel settore dei Beni Culturali. Che cosa vuol dire? Vuol dire che io ti pago e posso mettere le mie opere nei tuoi locali. Va da sè che il valore della mia produzione artistica non deve necessariamente essere stato decretato eccellente all’unanimità perchè io possa esporre le mie opere da te. Pago. E come tutti sappiamo pagare spesso significa sentirsi dire: “sì, certo”. Senza andare a palazzo della Signoria a Firenze, fatevi un giretto in varie gallerie d’arte, vedrete che spesso sono allestite mostre senza capo nè coda, di gente che francamente potrebbe darsi all’agricoltura piuttosto che all’arte. Ma anche lì il concetto è lo stesso, l’artista paga il gallerista, il gallerista paga le utenze e si porta a casa la pagnotta.

Il fatto che ci siano delle recensioni critiche positive alle opere in questione è irrilevante. Se la figura del critico d’arte nasce nel Settecento (ci sono alcuni precedenti storici ma questa disciplina inizia a svilupparsi in quel secolo durante le esposizioni d’arte parigine), con lo scopo di educare il pubblico e di dargli quindi gli strumenti necessari per godere appieno dell’opera, oggi le cose sono un po’ diverse. Oggi io faccio delle opere, chiamo un critico e gli chiedo una presentazione/recensione che pago. Se pago, il critico non scriverà cose negative. Principiante diventerà “naif”. Autodidatta avrà una connotazione sempre positiva, quasi un “poverino, ha fatto da sè, diamogli una pacca sulla spalla, si farà”. Il resto saranno frasi molto complesse con termini altisonanti, ricercati e ridondanti che stordiranno il lettore medio portandolo a pensare: “caspita, sono io che non capisco, questo è veramente in gamba”. La realtà è che sono frasi prive di qualunque senso e che riflettono solamente la disperazione del critico a dover tirare fuori qualcosa che non sia “tutto ciò è una merda”, per usare un francesismo, e portare anche lui la pagnotta a casa. Talvolta è il critico stesso che tenta di organizzare una collettiva di gente mediocre per farsi pagare i testi del catalogo, per cui ti chiama a casa e ti propone di partecipare a questo grande evento, per il quale figurerai nel catalogo con suo testo critico appunto, per la modica cifra di tot euro.

Anche le grandi rassegne tipo Artissima a Torino o la Biennale di Venezia hanno una quota di partecipazione. Quindi se tu sei bravissimo ma non ti pieghi a questo meccanismo, non partecipi. Se sei magari mediocre, ma te lo puoi permettere, invece partecipi alla grande manifestazione. Per questo poi ci sono brillanti recensioni di eventi come la Biennale di Venezia quale quella che potete trovare sul delizioso blog L’Oltreuomo http://oltreuomo.com/biennale-di-venezia/.

Ci sono ancora rari casi in cui si cerca e si propone il lavoro di qualità, rari ma ci sono, fortunatamente. Però la maggioranza è regolata da meccanismi come sopra purtroppo.

L’ego. 

Posto che ci siano mostre veramente inutili, insulse nonchè offensive per chi artista lo è sul serio (e che quindi unisce formazione, tecnica e talento), che hanno luogo in nome del sacro dio denaro, è anche vero che queste esibizioni hanno luogo perchè c’è gente che propone le proprie “opere”. Il problema è che se un tempo fare l’artista era un mestiere, oggi chiunque può alzarsi una mattina e pensare di essere un artista perchè gli è venuto in mente di… non lo so… bruciare una camicia in senso contrario rispetto a quello del ferro da stiro… O perchè pensa che il dripping lo può fare anche lui e persino meglio, senza domandarsi come ci si sia arrivati al dripping e perchè.

L’artista per hobby è ovunque (nota bene: io definisco il mediocre “l’artista per hobby”, ma lui si definisce artista.). E’ il vostro medico, il vostro panettiere, la vostra segretaria. Va a casa e crea. Crea merda ma è convinto del contrario, che basti l’ispirazione, la SUA ispirazione. Non si rende minimamente conto di fare la brutta copia dell’idea innovativa di qualcun altro (l’inconscio collettivo frega spesso), o dei lavoretti che faceva alle elementari (sì, ho visto mostre con quadretti con la casetta e l’alberello, o gatti stilizzati in ogni modo, per fare un paio di esempi). L’artista per hobby è un mediocre talmente egomaniaco che crede che chi ha studiato arte per anni sia uno che non è dotato come lui, non uno che ha genio da vendere ed elabora un discorso di macchie di colore perchè segue un determinato percorso di ricerca, ma è perfettamente in grado di fare anche un ritratto se necessario (Rothko si è suicidato, l’artista per hobby vive benissimo).

Perchè succede questo? Perchè il nostro ego cresce a dismisura, come dimostriamo ogni giorno sui social, dove riteniamo di interesse altrui condividere che stiamo andando a farci una doccia o in palestra o a far la spesa (blogger inclusa). Ma c’è anche un altro colpevole. Uno che il nostro ego nelle sue peggiori manifestazioni l’ha alimentato: Freud. E già, perchè fu proprio il buon Sigmund a dire che in ogni uomo c’è un artista, e in troppi l’hanno preso alla lettera.

Negli anni Ottanta un gallerista astigiano, riflettendo sulla mediocrità delle mostre, disse che alla fine per alcuni, anche se poi non sono veramente artisti, è meglio dedicarsi all’arte che non farsi delle pere.

Guardando questi vernissage monumenti di qualunquismo, dove la gente va per il rinfresco, e fa poi il ruttino davanti alla crosta di turno, non sono così sicura che avesse ragione. Forse erano meglio interruzioni della vita precoci per abuso di sostanze, che lo scempio a cui stiamo assistendo. Perchè siamo arrivati al punto per cui se io domattina mi sveglio, vado in ospedale e chiedo di eseguire un’operazione a cuore aperto perchè sono un grande cardiochirurgo mi internano, ma se mi sveglio e butto del latte per terra, lo fotografo con Instagram, usando diversi filtri e poi decido di farci una mostra beh… posso farlo e magari rimedio anche dei complimenti.

[Questo post è dedicato a Olaf.]

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2 Responses to Impara l’arte e mettila da parte.

  1. Chiara says:

    Castello di Rivoli. Museo di arte contemporanea.
    Già Castello e arte contemporanea non suonano bene insieme. Se poi tra le varie sale trovi opere con su scritto “Senza titolo” allora non ci siamo.
    Un’opera d’arte non esiste senza titolo. E’ roba, ma non è un’opera. Puoi chiamarla anche Ispirazioneestemporaneasenzaunverosenso, ma tu “artista” un titolo glielo dai.

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