Milano express solo andata. Vi prego vendetemi il ritorno.

Ieri: Milano. Milano è una città che non ti abbraccia, non ti accoglie, nemmeno ti saluta. Ti aggredisce. Scendi alla stazione ed è subito un susseguirsi incessante di persone, cose, rumori. Ognuno di corsa, ognuno col suo ritmo, ma tutti ritmi scoordinati. Non sembra una danza di esistenze ma una corsa sull’autoscontro. Si ha quella sensazione di essere soli in mezzo a un turbinio di elementi privi di qualunque interesse o valore. Vite buttate a caso in maniera superficiale, raffazzonate in un caos che ti sembra molto lontano da quel generatore di stelle danzanti di cui parlava Nietzsche.

Hai bisogno di un caffè, per affrontare la giornata, perchè come ha detto Vince Masuka nella puntata 8×11 di Dexter “Vorrei un po’ di coca e prostitute adesso, ma dal momento che questi non sono gli anni ’90 mi accontento della caffeina”. E’ pieno di baristi cinesi. Così il caffè te lo fa uno con gli occhi a mandorla che ti dice: “ottatacique”. E ti torna in mente la scena di Un giorno di ordinaria follia, e pensi che non sia poi così assurdo che a un certo punto un individuo qualunque, sottoposto a questo turbinio di chiasso e disordine dia di testa.

Vai a dare il tuo esame in un posto che sembra l’anticamera di una centrale Nasa. Se vuoi andare in bagno devi farlo prima di registrarti, perchè dopo che ti sei registrato devi entrare e fare il test, senza poter uscire. Ti metti in coda per il  bagno, che chiaramente è uno solo. Dalla stanza d’esame esce gente allucinata che se ne frega della coda e si fionda in bagno, senza nemmeno chiedere scusa quando, uscendo dal bagno, potrebbe rendersi conto che ha scavalcato n persone. Ma rendersi conto dell’esistenza altrui è ormai parte della sfera dello straordinario.

Entri, ti registri, metti la tua roba in un armadietto. Non puoi portarti niente nell’aula, nemmeno l’acqua. Metal detector. “Signorina mi faccia vedere le tasche”. “Si rende conto che sono pantaloni seconda pelle e le tasche sono puramente decorative?”

Entri, fai il tuo test, esci, ti rifiondi in metropolitana e poi in stazione perchè vuoi solo arrivare in tempo alla tua lezione di yoga. In stazione, passata l’ansia dell’esame ti rendi conto che ormai la differenza tra la stazione ferroviaria e il centro commerciale si è annullata. In stazione trovi tutto: Feltrinelli, Calzedonia, Saturn, Segue, Benetton, Desigual, Zara, Mango… , tutti i bar e ristoranti possibili e immaginabili. Ciò che non trovi, che diventi scemo, e pensi: “Ma cavolo, io al Cairo da sola non mi sono mai persa”, è la biglietteria. Ormai trovare la biglietteria nella stazione di una grande città è la vera sfida dell’uomo moderno. Tu sei in stazione, non vuoi una borsa, un cavo per pc, un Big Mac. Vuoi un biglietto per un treno che parte da lì, ché ripeto: siamo in stazione ferroviaria, quella da dove partono i treni. I negozi dovrebbero essere uno svago nell’attesa della partenza, non il centro di tutto. Ah già, il consumismo!

Niente, la perlustrazione della stazione alla ricerca della biglietteria perduta. Prevedo che a breve sulle Lonely Planet metteranno anche dove sono ubicate le biglietterie nelle varie stazioni del mondo.

Insomma, la follia.

Oggi: Torino. Per chi non lo sapesse è la settimana dello shiatsu. Quindi ne approfitti, ti prendi una tua amica, perchè tu alle amiche vuoi bene, e te la porti a fare un bel trattamento shiatsu a gratis. Entri in questo luogo silenzioso dove ti accoglie un uomo vestito di bianco, che però non è un gelataio, bensì un operatore shiatsu. Ti fa cambiare e ti dà un paio di ciabatte che sembrano recuperate da tessuti degli anni ’50. E pensi che di questi tempi, con la crisi e tutto il resto, forse abbiamo l’opportunità di imparare nuovamente a fare le cose usando il nostro cervello e le nostre mani, anzichè entrare in un negozio e comprare per una cifra spropositata l’idea spesso dozzinale di qualcun altro.

Tutto è quiete. C’è il bollitore, le tisane, le riviste di settore. Qualche scaffale con pochi ninnoli, come piace a te, l’armonia dello spazio libero. E poi la stanza dei trattamenti, ampia e ariosa.

Quest’uomo, dagli occhi color mare profondo, ti fa distendere e inizia ad applicare pressioni sul tuo corpo. Tocca ogni punto con attenzione, sentendo ciò che ti succede “dentro”. E ti dice di rilassarti… sì, proprio a te, che sei sempre in assetto da ninja e non ti rilassi mai, non ti lasci mai andare e infatti ti sforzi ma fai una fatica immensa, e lui lo sente. Sente ogni muscolo, tendine, organo, respiro, perchè è il suo lavoro.

E’ calmo, composto e parla lentamente. I suoi movimenti sono misurati ed efficaci. Ti sembra una di quelle persone che sono riuscite a passare dal leggere in un libro “vivi qui e ora, presta attenzione a ogni singolo minuto, a ogni parola”, a metterlo in pratica nella propria esistenza. Una di quelle persone accanto alle quali puoi stare seduta in silenzio senza sentirti a disagio, anche se siete sconosciuti, perchè quella calma che ha dentro riesce a trasmettertela. Come il mio amico Jonathan, una persona rara, la cui sola presenza ti fa stare bene e irradia un grande sorriso sul tuo volto, a prescindere da ogni cosa.

Ti trovi finalmente insieme a qualcuno che non fa le cose di corsa, in maniera superficiale, bensì con attenzione e profondità. Il suo pesare le parole ti fa riflettere su come anche tu abbia il potere di pesarle, liberandoti dal chiacchiericcio superficiale che è solo spreco di energia e fonte di tedio per l’interlocutore, ed è quanto di più lontano possa esserci dalla “comunicazione”. E pensi ancora una volta a come ci sia un modo diverso di vivere rispetto a quello dei più. Vivere sul serio, essere consapevoli in ogni momento di ciò che ci sta accadendo, come e perchè. Condizione che porta poi a non aprire bocca per non dire niente, a non strillare le proprie emozioni, a darsi importanza e a darla al prossimo.

Siamo tutti capaci di andare a far festa, di annuire a caso in mezzo alla confusione, ma in quanti siamo capaci di sederci e ascoltare un amico con calma, cercando di capire davvero che cosa ci sta dicendo, come si sente, senza sentire l’urgenza egoistica di dare immediatamente la nostra opinione in merito?

Siamo tutti capaci di fare sesso in maniera superficiale, con una persona qualunque, riducendo uno scambio sacro a un mero atto fisico, ma in quanti siamo capaci di sentire il corpo dell’altro, di rendere il sesso uno scambio davvero profondo e pieno di significato? Perchè c’è un abisso tra una carezza data meccanicamente e una carezza che racchiude il “sono qui per te adesso e uso il mio corpo per dare piacere al tuo e prendermi cura di te qui e adesso, perchè per me adesso ci sei solo tu al mondo”.

Secondo me siamo capaci in pochi di vivere pienamente, di avere un equilibrio, di rendere ricco ogni momento. E possono sembrare cazzate zen che sono di moda e basta, ma secondo me non lo sono. E il fatto che non lo siano me lo dimostra il fatto che per avere ascolto, attenzione, cura, contatto fisico di valore, non si vada più dall’amico, dal fratello o dal partner, ma dallo psicologo, dal councelor, dal fisioterapista, dal naturopata, dall’operatore shiatsu e così via. Siamo talmente affamati di attenzione che siamo disposti a pagare per essa, quando dovrebbe essere il primo e più semplice presupposto delle relazioni umane.

Come dice Dario Benedetto nel suo bellissimo spettacolo Piglia un uovo che ti sbatto (che sarà in scena alla Cavallerizza Reale a Torino dal 21 al 25 settembre, all’interno del Festival internazional ISAO, qui il programma: http://www.ilsacroattraversolordinario.it/), siamo una “generazione tiepida”, a metà tra il caldo del computer e il freddo dell’esterno. Sì, siamo continuamente connessi con tutto e tutti ma il “contatto”, quello vero, è altro.

Forse insomma, siamo troppo presi dal cercare la biglietteria a Milano centrale per renderci conto che la persona che sta arrivando dal piano di sotto ha un biglietto in mano.

Image

Advertisements
This entry was posted in Costume e società (forse), Riflessioni sparse and tagged , , . Bookmark the permalink.

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s