Il mercoledì nero dell’Egitto.

L’idea dell’Egitto in pillole la archiviamo per un po’. Per rispetto a quello che gli egiziani stanno attraversando. Visto che non è il contesto ideale per parlare degli occidentali che si avventurano nella terra dei faraoni.

Probabilmente, quando si potrà riprendere a parlare di vita in Egitto, quello che ho vissuto io sarà fuori moda perchè il paese potrà essere profondamente cambiato.

Non lo so, sono indecisa. Aspetto da ieri risposte di alcune persone a me care che vivono lì e sono troppo preoccupata per essere lucida.

Mi sono venuti 3cm di pelle d’oca a sentire le news di ieri e di oggi. Si presagiva il rischio della guerra civile, ma la natura umana, con le sue fragilità, a volte tende sempre a sperare per il meglio.

Quando vidi la caduta di Mubarak non presagii nulla di buono. Perchè appunto l’Egitto lo conosco un pochino, non sono un’esperta, per carità, ma la vittoria dei Fratelli Musulmani, per chi avesse un minimo di cognizione della storia recente del paese, era veramente prevedibile.

Chi si aspettava che 4 fighetti con l’Iphone in piazza Tahrir rappresentassero il paese era ingenuo o forse poco informato.

Dall’Infitah, apertura economica, di Sadat, agli inizi degli anni ’70, che vedeva la fine del modello economico dirigistico seguito fin dall’epoca del nasserismo, la situazione di gran parte degli egiziani si è deteriorata. E quando si deteriora la situazione economica si sa che le filosofie estremiste hanno facile presa. E’ semplice: più poveri, più ignoranti, più infelici, più persone che non hanno nulla da perdere.

I Fratelli Musulmani, tenuti lontani dal governo per anni, hanno lavorato molto bene per guadagnare mese dopo mese il consenso della popolazione. Ogni anno, vedevo un paese più rigido, un maggior numero di donne velate, un’atteggiamento molto più “islamizzato”.

Non è stata una sorpresa quindi.

Per analisi più competenti e approfondite rimando agli studi del Cipmo, http://www.cipmo.org/ o al blog di Sherif El Sebaie http://salamelik.blogspot.com/. Oltre che ovviamente alla stampa e ai manuali storici.

Da quando ho perso persone a me care mi sono resa conto che quei morti di cui parlano i telegiornali non sono qualcosa di lontano, qualcosa di astratto. Sono persone con una famiglia, degli amici, a volte dei figli. Ogni morto è una perdita terribile per qualcuno.

E sicuramente l’Egitto mi tocca più da vicino perchè ci sono legata, perchè molte volte sono passata per piazza Tahrir per andare a scuola. Quelle strade le ho percorse e le sento anche un po’ “mie”, come le persone che ho conosciuto lì. Ma il fatto che ci sia affezionata particolarmente non significa che ciò che accade, ad esempio, in Siria, mi tocchi di meno.

Mi rendo conto di non sapere. Di non saper prendere una posizione rispetto ad alcune cose. Il turismo in Egitto per esempio.

Il turismo è una delle maggiori fonti di reddito dell’economia egiziana, che impiega circa il 12% della popolazione. Se crolla il turismo il rischio di crollo del paese, già presente, è molto alto, e se crolla il paese trovate le ripercussioni sinteticamente ed efficacemente riassunte qui: http://news.panorama.it/esteri/Se-crolla-l-Egitto.

E’ giusto dire: “non andate a divertirvi sul Mar Rosso mentre nel paese infuria la guerra civile”, sapendo che la sopravvivenza di molti egiziani dipende proprio dai vacanzieri che mangiano, bevono, prendono il sole e fanno immersioni lì?

E’ giusto dire che se pensiamo di salvare l’Egitto noi occidentali, con il nostro turismo portatore di valuta pregiata e di posti di lavoro, partiamo da quello stesso pregiudizio egocentrico: “vi salviamo noi” che ha guidato tante azioni di guerra e colonizzazione non andate esattamente a buon fine per gli autoctoni?

Non so che cosa sia giusto o meno. So che io non me la sentirei di far baldoria in un resort con quello che accade a qualche chilometro di distanza. Non per paura, ma per rispetto. E credo di non poter salvare nessuno col mio portafoglio ma che ogni paese abbia diritto a seguire il suo percorso storico. E’ una visione semplicistica, me ne rendo conto, ma al momento sono le uniche due cose chiare che ho in testa.

Per il resto leggo molto e cerco di informarmi il più possibile.

Poi mi rendo anche conto che ancora una volta mi soffermo più degli altri sulle cose. Mi ci vuole tempo per elaborare. Più della media, ma sono così in tutto, lo ammetto. Oggi la maggior parte degli italiani avrà negli occhi la giornata di Ferragosto, i parenti, le grigliate. Io ho negli occhi la fila di persone che va a consultare le liste appese fuori dalla Moschea di Rabaa el Adaweya, per vedere se e chi ha perduto. E nel cuore ho la preoccupazione per coloro a me cari e l’ansia di avere delle notizie.

Che la vita debba andare avanti per i vivi, come mi dissero invitandomi a un concerto il giorno successivo alla morte di una delle mie più care amiche, mi sembra una frase vuota, stupida e insensibile.

Il fatto che la vita vada avanti per i vivi non significa che non sia necessario vivere il cordoglio. Perchè le macerie non le puoi nascondere in fretta e furia sotto un tappeto.

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