Liguria, svedesi e Pavese

Ho tante cose dentro e cercherò di essere ordinata ma so già che fallirò miseramente. 

Sono in Liguria. Ancora per poco, tipo un paio di giorni. Diciamo la verità, sto cercando disperatamente di rimanere una notte in più, vediamo se mi riesce. 

Ad ogni modo, ho sentito dire molte volte che la Liguria è per i vecchi, che non ci si diverte, ecc. ecc. Balle. Per quanto mi riguarda la Liguria è una terra meravigliosa. C’è il mare, e ciò è già molto. E il mare è profondo, come piace a me. Così puoi nuotare senza intoppi. Sicuramente in riviera romagnola ci sono più discoteche ma più che nuotare diciamocelo, fai acquagym. Se l’acqua è sufficientemente pulita da azzardarti a entrare senza temere di prendere ebola, epatite e sifilide insieme.

E un mare in cui non puoi nuotare è un po’ come un coltello che non taglia. 

La Liguria era molto cara agli antichi romani, che sapevano coglierne la cruda bellezza. Le rocce a strapiombo sul mare, accessi non facili se vogliamo, ma che tolgono il fiato. Adoro questi paesini, le arcate che sostengono e collegano i palazzi, come arti che riparano dal vento sfiorando gli edifici con un solido abbraccio. La pietra, i fiori. E poi… poi ti sposti un poco nell’entroterra e trovi immense distese di ulivi e borghi arroccati come Bussana Vecchia o Lingueglietta, uno dei borghi più belli d’Italia.

Sono andata già due volte a Lingueglietta di sera, guidando piano con la musica in sottofondo ad accompagnare la via che costeggia gli ulivi, e intendo tornarci prima di andare via, con la luce del giorno per fotografare un po’ della sua meraviglia. 

Camminando per Lingueglietta non ho potuto fare a meno di chiedermi quanto scriverei e leggerei abitando lì. Che cosa vorrebbe dire aprire ogni giorno la finestra e vedere pietra, ulivi e mare. Se mi renderebbe felice. 

Chi mi conosce sa che amo il mare. Che se c’è il mare sto bene. Sto bene se posso ascoltarlo per ore, vivere in pareo e infradito e dimenticarmi che cosa siano trucco e reggiseno per un po’. Motivo per cui ho fatto il bagno anche stamattina, un secondo prima che si mettesse a piovere, col bagnino che mi dava della coraggiosa e motivo per cui ieri notte ho rischiato la vita raggiungendo la cima del molo di pietre al buio pur di starci un po’ più vicino al mare, un po’ più “dentro”, per vedere meglio il riflesso della luna sull’acqua, lontano dalle luci della passeggiata. Sì, io sono quelle che le madri additano ai figli come esempio da non seguire. E che ha deciso che annovera il riflesso della luna sull’acqua come una delle cose per cui vale la pena vivere. 

E ogni volta che ci sono al mare, mi domando perchè non cerco seriamente lavoro in una località marittima, perchè lo amerei anche nella sua malinconia invernale. Diciamo che questo è uno dei progetti prossimi. Avere il mare praticamente ogni giorno e non doverne relegare qualche stralcio ai momenti di vacanza. 

Esulando da quello che desidero io e tornando alla bellezza della Liguria, la riprova di questa si trova nella massiccia presenza degli stranieri. I russi hanno capito presto che se stanno a Sanremo mangiano meglio e spendono meno che in Francia e possono andarsi a ubriacare in maniera indecente in breve tempo a Nizza o Montecarlo. E oltre ai russi ci sono tedeschi, inglesi, svedesi, persino francesi, sì. 

Ecco, in questo periodo di vacanza sono giunta alla conclusione che mi piacerebbe seguire in un giorno al mare una famiglia svedese. Come esperimento antropologico. Perchè come ogni cosa, ognuno se la vive a modo suo e secondo me il modo di vivere il mare degli svedesi sarebbe particolarmente interessante poichè molto diverso dal nostro. 

Ciò che ho notato è che gli svedesi stanno in spiaggia in media 3/4 ore. Dall’una alle quattro. Sì, l’orario in cui in genere gli italiani, potendo, cercano l’ombra. Loro no. Arrivano in spiaggia all’una, mettono giù una borsa dell’Ikea piena di armamentario balneare e via. Poi alle quattro fanno su tutto e se ne vanno. Dove non si sa e mi piacerebbe capirlo che cosa fanno dalle quattro al momento di coricarsi. Non fanno come i tedeschi che piantano un ombrellone e ci si mettono sotto e leggono, in silenzio, per ore senza spostarsi di un millimetro. No, loro stanno sotto il sole. Alcuni montano una tenda. Lo svedese si sa, è naturalmente portato per montaggi e assemblaggi. 

Ammetto di non aver osservato come usino la tenda. Però non la usano per cambiarsi. Ieri infatti mi sono improvvisamente trovata davanti due chiappe bianchissime di padre svedese che, in tutta serenità e soprattutto en plein air, si toglieva il costume e si asciugava per benino prima di cambiarsi. 

Ciò mi ha stupito. Specialmente se hai una tenda di fianco e non sei in un posto isolato. Sottoporrò la questione al mio amico esperto di scandinavi e cercherò di capire se si tratta di un caso isolato o di un uso nazionale. 

Tutto questo peraltro mi ha ricordato una serata con Alessandra alla Cricca di Torino. Per chi non lo sa, la famosa Cricca è un circolo Arci dove puoi bere, guardare partite, giocare a varie cose tra cui il biliardo. Ecco, noi eravamo sedute con altra gente vicino a un tavolo da biliardo e ci trovavamo ogni 3 minuti il sedere di un giocatore a 2 millimetri da una guancia. La nominammo la serata dei culi intrusivi. Una cosa simile, ecco. 

Vorrei aggiungere alcuni spunti di riflessione riguardo al mare, così alla rinfusa, come è scritto tutto questo post. 

1. Il figo di mare è sempre e comunque più figo dei fighi di pianura e di montagna. Perchè il figo di mare è naturalmente figo, è figo in maniera spontanea e non perde mai lo stile. Anche in infradito e con la sabbia tra i capelli avrà le infradito giuste e la quantità di sabbia giusta in testa. E quando ti si presenterà allungando verso di te il suo braccio abbronzato e dicendoti: “Ciao, sono Daniele”, tu non potrai far altro che rispondere: “Beato te”. 

2. La spiaggia è il posto migliore al mondo per leggere. E te ne freghi se il libro si bagna o se ci finisce dentro la sabbia. Quel libro è stato al mare ed è felice, lo sai. 

3. Quelli che in una località marittima italiana escono a cena per mangiare sushi a base di salmone non li capisco. E capisco ancora meno gli italiani che lo propongono in tale contesto. 

4. Andare a correre lungo il mare è infinitamente più bello che andare a correre in qualunque altro posto. 

5. Amo il mare, mi fa stare bene ma provoca anche in me una immensa malinconia, un po’ come quando ascolti alcune canzoni dei Rem. Non ho ancora capito perchè ma ne prendo atto. Forse perchè so che quel mare non è per sempre. E’ un sentimento che si avvicina un po’ al concetto di saudade portoghese. 

6. Scenetta carinissima di ieri sera. Coppia cinquantenne che mangia il gelato su una panchina. Arriva il pachistano di turno che vende rose, si avvicina e il marito lo guarda e sollevando la testa dal cono dice: “Ci siamo appena separati”. 

Insomma io non me ne vorrei andare. Come sempre. Perchè ogni luogo mi è caro e separarmene mi spezza un po’ il cuore. Non è mai facile andare via, da nessun posto. A meno che tu non sia giunto alla totale saturazione, cosa che nel mio caso accade con Torino.

Non importa se tu in quel posto sia stato felice o infelice, perchè in fondo sai che il posto c’entra poco con i tuoi stati d’animo, sono le tue scelte a provocarli. Ma in ogni posto sai che ci sono strade e scorci e angoli che non appartengono a nessun altro luogo e non rivederli ti mancherà un po’. Se poi c’è il mare andare via è ancora più difficile. 

O forse sono io che sono troppo malinconica e che continuo a sperare che qualcuno arrivi un giorno e mi dica: “vieni, ti porto al mare”. E che quel qualcuno sappia chi sono i Radiohead e non legga libri di Dan Brown, ma conosca bensì Cesare Pavese. 

A proposito di Pavese, concludo questo delirio con uno stralcio da La Casa in collina, che sto leggendo in questi giorni:

Con Anna Maria imparai a parlare, a non dir troppo, a mandar fiori. Tutto l’inverno uscimmo insieme, e in montagna una notte mi chiamò nella sua camera. Da quel momento mi ebbe in pugno e, senza darmi confidenza, pretese da me un abbandono servile. Ogni giorno cambiava capriccio e mi scherniva per la mia sopportazione. Quando venivano le scene – occhiaie minacciose e stravolte – si faceva anche lei taciturna e piangeva come una bimba. Diceva che non mi capiva e che le davo i brividi. Per farla finita, la volli sposare. Glielo chiedevo dappertutto, per le scale, nei balli, sotto i portoni. Lei si faceva misteriosa e sorrideva. Durò tre anni e fui sul punto di ammazzarmi. Di uccidere lei non valeva la pena. Ma persi il gusto all’alta scienza, al bel mondo, agli istituti scientifici. Mi sentii contadino. Siccome la guerra non venne nell’anno (credevo ancora che la guerra risolvesse qualcosa), concorsi a una cattedra e cominciai questa mia vita. Adesso di fiori e cuscini mi tocca sorridere, ma i primi tempi che con Gallo ne parlai, pativo ancora. Gallo, in divisa un’altra volta, diceva: – Sciocchezze. Tocca a tutti una volta-. Ma lui non pensava che, quel che ci tocca, non è per caso che ci tocca. In un senso, continuavo a patire, non mica perchè rimpiangessi anna Maria, ma perchè ogni pensiero di donna conteneva per me quella minaccia. Se mi chiudevo a poco a poco nel rancore, era perchè questo rancore lo cercavo. Perchè sempre l’avevo cercato, e non soltanto con lei.

 

 

 

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