Un secondo anniversario.

Due anni fa oggi io mi ero alzata ed ero andata a lavoro. Lavoravo in un posto che sembrava veramente un remake de Il Diavolo veste Prada. Praticamente solo donne, nessuna mangiava. Ero molto più magra di adesso e sarei dimagrita ulteriormente. La mia capa di allora assomigliava seriamente a Miranda Presley e quando la vedevo vestita solo di un mini dress bianco con perizoma, impossibile da non notare seppur in tinta, su quel fisico scheletrico, non potevo fare a meno di pensare che avesse l’età di mia mamma e che cosa avrei pensato di mia mamma se l’avessi vista andare in giro conciata così.

Miranda mi adorava, disse che avrebbe passato a me, allora stagista, la mansione di responsabilità delle pr su lusso e moda a fine stage. Quello che la gente dice e quello che la gente fa sono cose ben diverse, specialmente sul lavoro e specialmente se hai a che fare con degli squilibrati. Quando mi baciò sulla fronte, una mattina di settembre, un ragazzo che allora frequentavo, e che non avrebbe avuto la decenza di mettere due parole di seguito prima di sparire qualche settimana dopo, mi disse che secondo la sua esperienza quello era il bacio di Giuda.

Aveva ragione.

Ad ogni modo ero andata a lavoro in bici, avevo pranzato seduta su una panchina in piazza Carlo Alberto, come ogni giorno. A volte qualcuno veniva a trovarmi in pausa pranzo e sedeva sulla panchina insieme a me. Qualche giorno prima era venuta Alessandra. Avevo un’ora esatta di pausa e lei arrivò con mezz’ora di ritardo. Ero arrabbiata per il suo ritardo, perché avrei voluto avessimo più tempo per noi.

Quel giorno avevo pranzato da sola e poi ero rientrata in ufficio, nello splendido palazzo Graneri per le 4 ore del pomeriggio. Uscita di lì, borsone in spalla spensi il telefono e andai in palestra.

Una volta finito in palestra accesi il telefono e trovai un milione di avvisi di chiamata, molti con un prefisso straniero.  Mentre li scorrevo e mi domandavo che diavolo stesse succedendo, il cellulare prese a suonare.  Era quello che esattamente un mese dopo sarebbe diventato il mio ex dopo un anno e mezzo di relazione tirata per i capelli, i peli e qualunque altro malsano appiglio possibile. “È mancata Alessandra”. Mi disse queste parole.

Subito non capii. Il mio cervello non voleva capire. Ad aprile avevo perso Fabio, per la prima volta nella mia vita avevo preso in considerazione l’idea che non siamo eterni e non mi ci ero ancora abituata. Come canta Guccini “quando si è giovani è strano poter pensare che la nostra sorte venga e ci prenda per mano”. Ed è esattamente così. Si tende a pensare che si muoia da vecchi, perché questa è più o meno la norma, e quando il destino ti strappa via un amico quasi coetaneo, oltre al dolore devastante c’è quella sensazione di “innaturale” con cui fare i conti. Una sensazione a cui non avevi nemmeno mai pensato e che invece adesso è lì ogni giorno e che non ti abbandona nemmeno di notte quando ti svegli, ripensi al tuo amico, speri che sia stato tutto un incubo ma in qualche secondo ti rendi conto che così non è e scoppi in lacrime bagnando il cuscino.

È mancata Alessandra.

Improvvisamente diventai idiota. Mancata in che senso? C’era in me il rifiuto più totale. Mancata come? (quando la mente non riesce a prendere coscienza delle emozioni cerca di concentrarsi sui fatti). Non era chiaro. Lui mi disse: “Se hai bisogno ci sono”. Frase idiota. Risposi: “non preoccuparti, grazie, sto bene”. Sto bene. Sì. Sentii un senso di vuoto nel petto e nell’addome, come se ci fosse un burrone e io ci guardassi dentro in preda alle vertigini. L’aria dentro di me anziche fluire secondo una linea orizzontale vagava circolarmente in uno strano vuoto. Chiusi la telefonata e rimasi qualche minuto ferma lì, per strada, col telefono in mano.

Quando il cervello riprese a pensare immaginai un improvviso problema di salute che non era stato individuato e curato in maniera corretta. Fatti, fatti, datemi dei fatti così che io non debba pensare, non debba rendermi conto.

Chiamai Marcella, che veniva a danza insieme ad Ale e me. Magari lei aveva maggiori notizie. Sembrava che fosse “caduta” dal balcone. Quando si tratta di suicidio la gente usa perifrasi, sinonimi parziali ed espressioni sospese. Non potevo credere che Alessandra avesse veramente fatto una cosa simile ma le ore passavano e sembrava sempre più che fosse proprio così.

Quella sera vidi il mio amico Marco, gliene parlai come se stessi parlando di qualcun altro, non di una delle mie amiche più care, non dell’amica che venne con me al funerale di Fabio solo un paio di mesi prima perché: “non ti lascio da sola in una situazione del genere”. Tornai a casa, andai a letto.

Iniziai a capire il pomeriggio dopo che cosa era successo. Verso le quattro iniziarono a tremarmi le mani. Sarebbe stato l’inizio di due settimane d’inferno, di insonnia, di angoscia.

Quando qualcuno si toglie la vita restano tante domande. Credo che faccia poca differenza se lascia o meno qualcosa di scritto. Le domande resteranno lo stesso finchè non si riuscirà ad accettare che non ci sono risposte.

Quando qualcuno si toglie la vita ci sono quelli che sanno. E parlano. E spiegano. E tu senti solo un’immensa rabbia perché parlano a vanvera e se sanno così bene di che cosa parlano, se conoscono così bene i motivi, ti chiedi perché non abbiano fatto nulla quando era il momento.

La sua coinquilina, nel corso di un incontro alquanto surreale mi disse che sicuramente io l’avevo aiutata e le avevo detto cose utili l’ultima volta in cui l’avevo vista, ovvero due giorni prima del 5 di luglio. Lei era in crisi, io ero corsa, perché per gli amici questo si fa, si corre. Sembrava tutto a posto dopo la chiacchierata e la cena e la chiacchierata successiva. Sembrava tutto risolvibile. C’era del dolore ma il dolore nella vita c’è spesso. Mai avrei pensato a un gesto simile. Ero preoccupata ma nei limiti del normale.

Mi sbagliavo.

La verità è che ognuno ha la sua soglia di dolore e di disperazione. E nessuno può conoscere quella altrui. Può decidere di esserci (dire “se hai bisogno ci sono” ed esserci effettivamente sono due cose molto diverse. A far la prima sono bravi tutti). Quando mancò Fabio, Alessandra mi disse che se avevo bisogno di una spalla su cui piangere lei ne aveva due. Quella frase mi resterà sempre impressa nella mente. E avrei voluto che usasse la mia di spalla anziché andare via.

E quelli che mi dicono: “non potevi fare più di quello che hai fatto, non potevi salvarla, non potevi farci nulla”, beh se lo possono risparmiare. O non sanno di che cosa parlano o sono talmente egoisti che non sentiranno mai la responsabilità della vita di un altro essere umano perché non hanno la sensibilità necessaria per farlo.

Io non mi perdono per non aver capito fino a che punto quel dolore fosse grande.

Un tempo credevo che si potesse aiutare solo chi voleva aiuto. Oggi credo che a volte bisogni intervenire con la forza quando chi sta male non ha la forza necessaria per chiederlo l’aiuto. Un amico serve anche a questo. A capire quando dietro al tuo “no, sono a posto grazie”, c’è una richiesta di aiuto, per cui tu vai lì e metti su una tisana e forzi alla compagnia chi sosteneva di farcela da solo. È difficilissimo e ci vuole una sensibilità pazzesca per capire quando non lasciare solo chi afferma di voler stare solo. Forse è impossibile ma quella sensibilità vorrei averla avuta.

Che cosa mi manca di più di lei? Le nostre risate. Abbiamo riso tantissimo, fino a star male. Abbiamo condiviso tutto dalla cultura ai massimi livelli al trash che più trash non si può, tipo andare a letto con uno e il giorno dopo sentirsi come Katy Perry quando canta Firework. Insomma cose che solo noi potevamo capire. E gli altri ci avrebbero preso per matte. Noi con la nostra cultura musicale che citavamo Katy Perry?!? Sì, noi eravamo così. Dalle recensioni di Harold Bloom ai video di Rémi Gaillard. Per quello con noi non ci si annoiava mai.

E mi manca il suo avere sempre una parola di conforto, sempre un pensiero positivo. La rivedo su quella pensilina del tram che in labiale mi sorride dicendo: “Sei gnocca!”, con i pattini in borsa, chè andava al palaghiaccio dove si era fatta amici tutti i vecchietti, come io mi faccio amici tutti i vecchietti.

Vorrei che due anni fa fosse riuscita a trasmettere a se stessa l’amore e la gioia che aveva trasmesso a me in mille occasioni.

Vorrei che avesse mantenuto la promessa che mi aveva fatto: “ci vediamo venerdì quando torno”. Ma non sarebbe tornata venerdì. Quella mail ce l’ho ancora. Ogni tanto la rileggo e ripercorro le mie domande ormai rassegnate al non avere una risposta.

Mi manca molto e la penso spesso, l’intimità che avevo con lei è molto difficile da trovare con altre persone. Forse solo con una mi sento a casa come mi sentivo insieme a lei, due al massimo.

Non serve quindi questo mesto anniversario per ricordarla ma l’anniversario è un pretesto per ribadire che ogni giorno è prezioso e che come trattiamo le persone mentre sono ancora in vita conta molto di più di ciò che diciamo di loro quando ormai se ne sono andate.

Ciao Ale, ovunque tu sia.

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