La grazia di Zeno

Non sono mai stata in grado di studiare in biblioteca. La presenza di altri esseri umani mi distrae. Così oggi in spiaggia non potevo fare a meno di seguire la conversazione del gruppo di persone accanto a me. Erano cinque, due uomini, una donna e due bambini. Confesso di non aver capito la loro rete relazionale. Forse la donna era la nonna, ma i due uomini non saprei. I bambini giocavano sul bagnasciuga e intanto loro chiacchieravano. Inizialmente parlavano solo dei bambini, della scuola, dei giochi. Uno dei due uomini a un certo punto ha detto: “lascia che giochi con quel frocio di suo fratello”. Uhm. 

Uno dei due bambini si chiamava Zeno, la cosa ha aumentato la mia sensazione di trovarmi in un qualcosa di alquanto surreale. 

Quello definito “frocio” era abbastanza raffreddato. A un certo punto gli scappava la pipì e ha chiesto di accompagnarlo in bagno alla nonna. Non c’erano bagni. Supplicava. I due uomini prontamente: “falla in mare come tutti”. Il bambino: “ti prego!”, con la voce rotta dall’imbarazzo. 

Niente, ha dovuto imparare a fare la pipì in mare. Oggi primo luglio 2013 un bambino ha imparato che può fare la pipì in mare e che è una cosa normale che tutti fanno. E che se ti poni il problema sei una femminuccia.

Mentre si allontanava nuovamente verso la riva, disperato per i suoi bisogni primari, quello che l’aveva definito “frocio”, e che d’ora in poi chiameremo: l’uomo sgradevole, commentava con l’altro signore: avevano ragione quelli di Sparta. 

Quel bambino, che non so se fosse Zeno, mi ha fatto una tenerezza infinita. Mi sembrava un’anima fragile, aggraziata, che si deve confrontare con la strafottenza di uno dei tanti maschi che si credono alfa (il vero maschio alfa non ha bisogno di pavoneggiarsi) e che probabilmente poi sono gli stessi che temono la propria ombra. Smilzo con enormi occhi azzurri mi ha fatto chiaramente percepire il mio approccio femminile al mondo. L’istinto di abbracciare piuttosto che di mortificare.

Più tardi è tornato alla ricerca di un fazzoletto, costipato da far pietà. La nonna era andata via, gli rimanevano solo i due maschi adulti del branco con cui confrontarsi. Ora, avete mai visto un uomo con un pacchetto di fazzoletti? Nemmeno io. 

La soluzione da loro proposta era: “soffiatelo in mare con l’acqua”. Lui era paralizzato, non poteva pensare di confrontarsi con qualcosa come il muco a contatto con la mano. Gli faceva ribrezzo. Così la sottoscritta ha ravanato un attimo nella borsa e ne ha tirato fuori un fazzoletto porgendolo a quell’anima in pena. 

I due hanno commentato: “ecco il modo femminile di risolvere le cose”. Poi mi hanno ringraziata. Ovviamente. Mentre il bimbo tornava in acqua l’uomo sgradevole gli ha chiesto in tono canzonatorio se avesse fatto la pipì. Che tenero. 

Sono poi passati a parlare della propria vita, a fare un bilancio. “Sai, nei gruppi di automutuo aiuto che conduco si fa così…” e l’uomo sgradevole ha iniziato a illustrare la procedura della condivisione delle proprie insoddisfazioni. Lì sono stata tentata di chiedere se potevo partecipare, ma fortunatamente me ne sono rimasta zitta. La condivisione dell’uomo sgradevole è iniziata così: “In generale sono soddisfatto di me stesso, ritengo di essere una bella persona, mio figlio così colì, il lavoro mi gratifica, solo dal punto di vista sentimentale”… e via dicendo. Poco dopo si è messo a giudicare le persone in spiaggia. La bambina grassa, la signora brutta… 

A un certo punto i due sono andati a fare il bagno con i bambini. Al ritorno l’uomo sgradevole ha chiesto ai bambini: “avete visto che sono andato fino alla boa rossa? Mi avete visto?”. Mi sembrava quella scena in cui Giovanni di Aldo, Giovanni e Giacomo sfida i bambini nel parcheggio dell’autogrill. 

Peraltro la sottoscritta era già andata e tornata tre volte dalla boa rossa, non è che fosse l’impresa dell’anno. 

Non vorrei giudicare quell’uomo, che appunto mi ha suscitato sensazioni sgradevoli, ma che non conosco. Tuttavia quella sua frase: “sono soddisfatto di me stesso, sono una bella persona” mi ha fatto riflettere, perchè è capitato anche a me di pensarlo di me stessa e osservando lui mi sono resa conto che probabilmente sbagliavo, per due motivi.

Il primo è che se sei soddisfatto sul serio di te stesso non hai bisogno di criticare tutti e di autonominarti maestro di vita universale, tanto meno di vantarti con dei bambini delle tue prodezze. E queste sono cose che tutti rischiamo di fare per soddisfare il nostro piccolo ego. 

Il secondo è che quando ci definiamo soddisfatti di noi stessi, ci riteniamo belle persone, ci manca qualcosa. Ci manca la visione d’insieme. La possibilità di crescita, cambiamento e miglioramento. Possiamo essere belle persone ma c’è sempre in noi qualcosa che potenzialmente può essere migliorato. Qualcosa su cui lavorare. E non avere l’umiltà necessaria a riconoscerlo ci impedisce di farlo. 

Forse sarebbe più corretto dire: al momento sono abbastanza soddisfatto di me stesso… e lasciarsi un margine di crescita. 

Domani ricomprerò i fazzoletti. 

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