Peter Pan, bambinofoba e figa di legno.

L’altro giorno sono stata, forse indirettamente, definita una donna “peter pan”. Perché non mi rincoglionisco quando vedo un bambino. Ci ho riflettuto, perché sono una persona riflessiva. Sono giunta alla conclusione che non mi rincoglionisco nemmeno quando vedo un cane o un gatto, nonostante ami molto i cani. La mia grande passione è la musica, nello specifico i Radiohead. E con loro sì mi rincoglionisco. A luglio ci sarà Yorke a Milano con gli Atoms for Peace, ma non andrò. Mi dispiace perderlo ma sopravviverò. Sicuramente condivido parecchie loro canzoni sui social network (perché il problema parte sempre dal social network, che tira fuori i nostri difetti peggiori con condivisioni compulsive e persone che si offendono se non metti “mi piace” a ogni singola foto dell’infante; sì i social network sono il trionfo dell’egocentrismo), ma non rompo le balle a nessuno perché li ascolti. Quando sono andata al loro concerto a settembre dello scorso anno ci sarei andata anche da sola. Invece ci sono andata con un mio amico che li adora quanto me, e ce lo siamo goduto il concerto e fine. Non ho ritenuto necessario fare proselitismo.  Posso dire che mi piacciono e se piacciono anche a te ne parliamo. Se non ti piacciono parleremo di altro o non parleremo di nulla, perché non condividiamo interessi e quindi non avremo niente da dirci. Insomma sono una: vivi e lascia vivere.

Riflettendo su tutto ciò sono giunta alla conclusione che a me non dà fastidio il bambino in sé o il gatto in sé o il cane in sé. Mi danno fastidio la prepotenza e l’arroganza di chi pretende che ti entusiasmi per ciò che li entusiasma. Sono contenta se le persone sono contente ed entusiaste, meno se cercano di forzarmi a condividere qualcosa che a me non entusiasma. Quando riuscirò a non provare più fastidio nei confronti di questo tipo di atteggiamento ma saprò ignorarlo con grazia avrò raggiunto un grande traguardo.

Detto ciò, ho riflettuto sulla questione riproduzione, nel senso di avere dei figli. Perché sono anche stata definita “bambinofoba”.  Finchè si scherza ok, ma alla fine chi mi conosce lo sa che non è così. Anche se sono tesserata del club Amici di Erode. Perché inutile negarlo un bambino, due bambini, ok li gestisci, sono anche carini se non sono miniature dell’anticristo. Ricordo ancora il braccio indolenzito per aver ballato ore con una bambina a una festa, cosa che una che odia i bambini non farebbe. Ma prendi 50 bambini, come ieri mattina in piscina che urlano, saltano, corrono e si gettano nell’acqua a nastro ricreando qualcosa di molto simile alla battaglia delle Termopili. Ecco lì i bambini mi creano del disagio, proprio dal punto di vista spaziale dal momento che nuotare è utopia, nonché da quello uditivo poiché il mio udito è estremamente sensibile. Come sopporto poco quelli che corrono in spiaggia ricoprendoti di sabbia dal nulla. Sì, se posso scegliere preferisco non ci siano bambini in determinati contesti ma questo non fa di me una che odia i bambini. Semmai una che si chiede come le maestre d’asilo riescano a sopravvivere senza esaurire.

Ho poi riflettuto su come ci si aspetti in qualche modo che avendo quasi trent’anni la mia maturità sia dimostrata dal metter su famiglia. Sei una donna, hai quasi trent’anni, non possono non piacerti i bambini, non puoi non volere dei figli, non puoi non volerti sposare. Se non vuoi queste cose o sei un mostro o sei immatura. Questo è il pensiero più quotato.

Mi guardo intorno e vedo persone mie coetanee che hanno messo su famiglia. Vedo dei bambini che sono veramente uno spettacolo. Degli abiti bianchi stupendi. E vedo altri miei coetanei che non hanno una famiglia, magari non hanno nemmeno un partner. Persone che fanno dei viaggi pazzeschi, che vanno a vivere in una comune a base di pane, yoga e seminari di crescita spirituale, chi cambia un partner a settimana, chi vive per lavorare. Non mi sento di dire che alcuni hanno fatto le cose giuste e altri no. Non mi sento di giudicare.

Riguardo al passato e vedo gli errori che l’istinto gregario ti porta a fare. Quante persone hanno perso la verginità magari in un contesto non proprio ideale perché: “tutti l’avevano già fatto?”. Quanti passano il tempo a fotografarsi in bagno perché lo fanno tutti i loro amici e se non lo fanno sono degli sfigati anziché dedicarsi a ciò che li interessa sul serio? Gli esempi sarebbero milioni e sono già prolissa quindi non ne faccio altri. In buona sostanza penso che ritenere giusto per se stessi quello che funziona per gli altri non sia una grande idea.

Credo che chi mette su famiglia perché ci si aspetta che lo faccia un giorno si guarderà indietro e penserà che forse avrebbe dovuto andare in Paraguay a fare fotografie come desiderava ma non ha avuto il coraggio di ammetterlo. Così chi è andato in Paraguay a fare fotografie perché voleva scappare da se stesso potrà non sentirsi troppo a proprio agio nel convivere con la solitudine. Potrà pensare che se non avesse avuto paura di prendere un impegno con quel ragazzo o con quella ragazza ora non vivrebbe il peso di rientrare in una casa dove nessuno lo aspetta e dove non ci sono le tende in soggiorno perché magari domani cambierà casa di nuovo, e che senso ha arredare un posto di passaggio.

Penso che l’amarezza e il dubbio bussino prima o poi alla porta di tutti. Perché si sa che l’essere umano è decisamente volubile. Ci sono talmente tante opportunità diverse su come vivere la propria vita che per quanto tu sia convinto di una cosa un giorno potresti domandarti se hai fatto la scelta giusta. Figuriamoci se non sei convinto.

Secondo me l’importante sta lì. Nell’essere convinti. Nel sapere che cosa si vuole. Ciò che vorrebbero gli altri, ciò che fanno gli altri non dovrebbe essere importante. È la tua vita, non la loro. Spesso non si sa che cosa si vuole, è questo il dramma da affrontare con coraggio. Perché come diceva Seneca Nessuno vento è favorevole al marinaio che non sa in quale porto vuole approdare. E personalmente mi sto facendo parecchie domande su questo. Troverò le mie risposte e saranno quelle giuste per me. Bambini o meno. E non mi sognerò mai di pensare che il mio modo di vivere la vita debba essere quello di qualcun altro.

Non dico agli altri che cosa dovrebbero fare, come dovrebbero vivere. Non so che cosa sia giusto per loro. Gli chiedo come stanno e se sono felici. E se non lo sono cerco di capire se posso far qualcosa per aiutarli a cambiare la propria condizione, cerco di ascoltare le loro riflessioni perché sentirsi incompresi fa male. E non li costringo ad amare i Radiohead. Giuro.

Ah, sono anche stata, sempre indirettamente, definita figa di legno. Non so se lo sono ma è sicuramente un ottimo metodo anticoncezionale esserlo.

Sì, è’ un mondo difficile. Specialmente dal momento che nella storia di Peter Pan avrei preferito essere Trilli.

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