Centro per l’impiego secondo, e si spera ultimo, round.

La scena si replica. Stesso scazzo, stesso occhiale, stesso Glamour britannico ma maggiore convinzione. Infatti questa volta il centro per l’impiego l’ho trovato. La mancanza di buchi dove mettere la macchina mi dà subito l’idea di ciò che mi aspetta e mi fa pensare che sono stata infinitamente pirla a non prendere la bici. Ok, gonfiare le ruote della bici diventa la priorità numero uno di oggi. Lo farò senza guardare le previsioni, sennò non lo farò mai.

Al centro per l’impiego la coda non è dentro. è FUORI. Ok, mettiamoci in coda. La prima cosa che noto è che al centro per l’impiego sono una minoranza etnica. Davanti a me c’è una serie di marocchini. Alcuni vestiti da mercato-mercato (cioè con quei capi di abbigliamento che capisci chiaramente che vengono da una bancarella 3 per 5 euro), altri sono vestiti da Amici di Maria ma sempre con rifornitore il mercato. Ovvero quei banchi che scimmiottano le tendenze del momento però sono sempre pezzi da mercato. Ecco io quelli li odio. Perchè se sei dozzinale dovresti mostrarti per come sei: dozzinale, non far finta di essere ciò che non sei. Che tanto non ci riesci.

E poi… ai piedi: le Hogan. Per la serie voi state qua tranquilli ma là fuori c’è gente con le Hogan. E sì, sono marocchini. Insomma al centro per l’impiego è facile fare studi antropologici.

Arriva una ragazza, una povera sfigata incinta con una borsa di quelle da mercato finto fashion. Non so se mi muova più compassione la borsa o la pancia, probabilmente la borsa, comunque la faccio passare avanti. Sono l’unica che la fa passare avanti. I nordafricani con le hogan (uno aveva persino i pantaloni azzurrini, un altro una briciola di impasto per la baklava sul sedere) non si muovono di un millimetro.

Arrivo allo sportello: Buongiorno, io devo farmi validare le dimissioni posso farlo qui? è residente a Torino? No. Allora deve andare al centro per l’impiego di dove è residente. Ok, grazie e arrivederci.

Notare che prima di ciò avevo chiamato i consulenti del lavoro di dove lavoravo prima per chiedere appunto se non essendo residente a Torino dovevo andare qui oppure nel mio comune. No, no devi andare a Torino mi avevano detto. Che uno dice non ti informi. No no, tu ti informi ma l’informazione in Italia si sa, è sempre molto soggettiva e relativa.

Insomma per avere sto benedetto licenziamento validato devo aspettare domani. E anche domani rompermi le balle e dedicare mezza giornata a codesta amenità.

La vita non è come nei film. Ma non solo per quanto riguarda i sentimenti. Per tutto. Prendete American Beauty. Lui si licenzia. Dice: I quit. Basta, fatto, finito. Dieci minuti dopo è lì bello bello e disoccupato che corre e si fuma della mariujana (anche lì non capisci bene la connessione tra lo sport e la cannabis, te saresti morta immediatamente ma amen, è un film).

Alla fine ho deciso di non aspettare domani, perchè domani voglio godermi quella meravigliosa sensazione di chi si sveglia e sa che farà nell’ordine: saluto al sole, spremuta di pompelmo e corsa mattutina, senza nessun altro pensiero. Il nirvana insomma.

Così ho spento il pc, ripreso la macchina e sono andata al mio comune. A tavoletta. 150 (che per una seicento è notevole) con Wish you were here e My Sharona a palla. Sì, a me piace guidare. Però ho anche pensato che sarei potuta andare al creatore e che sarebbe stato un problema nel momento in cui la mia lettera di dimissioni era piegata in mezzo a un Glamour britannico e nessuno a parte i lettori del blog lo sapeva. Quindi chissà se l’avrebbero mai trovata. Stavo per mandare un sms avvisando qualcuno di ciò, ma messaggiare in autostrada avrebbe reso il tutto più pericoloso quindi ho desistito. Ma non sono morta quindi siamo tranquilli.

Ad ogni modo arrivo al centro per l’impiego in tempo, perchè sono wonderwoman oltre che un ninja, e faccio la coda. Poca coda perchè nei comuni piccoli è tutto più piccolo. Sono sempre abbastanza una minoranza etnica. Qui però i marocchini hanno le adidas e le nike perchè forse solo nelle città grandi sono arrivati al concetto che per essere figo devi avere le Hogan, non avendo ancora capito che cosa ne pensino gli autoctoni delle Hogan.

L’impiegata mi fa il modulo, dicendomi che avrebbero potuto farmelo anche a Torino. Qui potrei commentare con un: capite perchè voglio espatriare? ma alla fine poi sarebbe un che te lo dico a fare. Come dice spesso il mio amico Paolo (non c’entra nulla ma io a Paolo voglio parecchio bene).

Poco dopo di me è arrivato un uomo, che mentre ero in coda si è messo a scorrere in maniera ansiosa le graduatorie per alcuni impieghi tipo autista per casa di riposo. Non so bene come funzioni, però posso dire che il poveretto era disperato perchè il suo nome compariva sempre almeno due posti fuori rispetto a coloro che erano stati selezionati. Non capivo… perchè appendere una graduatoria di trenta nomi se il posto è uno, o tre? Perchè non metti solo i nomi di coloro che effettivamente avranno il posto? Ecco, mi è sembrata una cosa tremendamente crudele. Perchè per chi non capisce subito il meccanismo si genera un’illusione terribile. E poi vaglielo a spiegare come funziona e che no, è senza lavoro come quando è entrato.

I centri per l’impiego in Italia sono un posto terribile. Con quei manifesti appesi sulle Fiere del lavoro, sui bandi, sulle opportunità di cartone. E i caroselli di umani che talvolta li fotografano col telefono quei miraggi di impiego, con i loro sacchetti di plastica in mano, i permessi di soggiorno, la laurea di secondo livello. Tutti uguali, appiattiti in un’unica coda.

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