Piglia un uovo che ti sbatto.

Ogni volta accade la stessa cosa. Non vedo l’ora di vederlo perchè so che poi la mia anima si sentirà arricchita. Vedere che cosa? Uno spettacolo di Dario Benedetto, attore che, personalmente, mi incanta. In Piglia un uovo che ti sbatto è un uomo misurato che ci parla di emozioni, ricordi, traumi e relative conseguenze negli anni a venire, dialogando con il proprio analista.

E’ sempre molto difficile descrivere uno spettacolo di Dario, perchè la miriade di riflessioni, spunti e rimandi di cui si compone un suo spettacolo è davvero troppo vasta per condensarla in poche parole senza avvertire la scomoda sensazione di snaturare qualcosa che va visto nel suo insieme interpretato dal proprio autore.

E lungi da me fare questo.

Si ride durante gli spettacoli di Dario. Tanto e di gusto. E’ capace di fare battute e associazioni così geniali che si fa fatica a non applaudire durante lo spettacolo, ma interromperlo sarebbe un peccato. E tuttavia, non si è di fronte a qualcosa di superficialmente ironico. La sua ironia porta invece a riflettere su concetti profondi. Per questo poco dopo aver abbandonato la sala ti trovi a ripensare ai vari passaggi, a sentire l’eco che hanno suscitato dentro di te. E ogni volta mi meraviglio di come lui riesca, in soli sessanta minuti come stasera, ad affrontare una tale vastità di argomenti senza confusione nè retorica.

Stasera si è parlato di rumore. Del fare rumore come mezzo per farsi sentire dagli altri. Come se parlare non fosse abbastanza per essere ascoltati. Credo che molti di noi trovino a un certo punto il proprio modo di fare rumore, nel disperato tentativo di essere considerati. Alcuni continuano a fare chiasso tutta la vita per avere un briciolo di attenzione, ciascuno a modo suo, altri, più fortunati, capiscono che non serve fare rumore. Che non c’è bisogno di attirare l’attenzione con gli schiamazzi e che ascoltarsi è il primo passo per essere poi ascoltati. E ascoltarsi è qualcosa che spesso si può fare solo nel silenzio.

Si è parlato del GA. Il Grande Amore. Io non l’ho ancora trovato il Grande Amore. Ma non ho perso la speranza. Nemmeno se la realtà intorno a me sembra contraddire quella speranza in tutti i modi possibili, io ci credo e non ho fretta. Per niente. So che è la fuori da qualche parte e quando saremo pronti ci incontreremo. O rincontreremo, chissà.

Meravigliosa l’interpretazione di Beautiful della Aguilera, definita una canzone mestruomelodica. Da donne. Che unite in tutto il mondo la ascoltano ripetere che tu sei bella, non importa che cosa dicono gli altri, le parole non ti buttano giù. No. No.

Proprio no. Mai.

Un uomo non si renderà effettivamente mai conto di che cosa si scateni nella mente di una donna quando viene definita: robusta. L’orrore. La paranoia. Il panico. L’anoressia. Quando vivevo in Egitto imparai che c’erano codici linguistici diversi per gli uomini e per le donne. Un uomo poteva dire di essere scazzato (mabdun), una donna no. Ecco, forse se eliminassimo l’aggettivo robusto se usato in riferimento a una bambina/ragazza/donna, faremmo un’opera di bene.

Delizioso davvero il modo di Dario di descrivere alcune paranoie tutte femminili, fortunatamente per gli uomini. Come delizioso è stato l’abbinare la musica al testo. Il bambino ACDC è stato semplicemente meraviglioso. E non sono mancati i Radiohead, che chi mi conosce sa quanto io ami in maniera smodata. Come dico sempre, non voglio sopravvivere a due persone: mia madre e Thom Yorke.

Vorrei avere la parte finale del testo di stasera, quella in cui si parla di leggerezza. La mia parte preferita, ha superato persino la Aguilera, l’americana che c’ha ragione, sì. Vorrei poter ancora riflettere su quelle parole.

E come non concordare con lui sul fatto che siamo una generazione tiepida. Perchè? Andate a vedere lo spettacolo. Lui saprà spiegarvelo benissimo e in poche parole mentre io sarei infinitamente prolissa e aprirei milioni di parentesi come mio solito. E’ un tema davvero troppo fertile per rilegarlo a un paragrafetto di sensazioni scritto a quest’ora indecente e di getto.

Nulla di male può accaderti in un negozio Calzedonia. Nylon e pizzo. Venti denari. Un genio.

Grazie Dario, come ogni volta. Unico appunto, io avrei aggiunto le cosce da ballerina. Ma ho iniziato a studiare danza a 4 anni, quindi sono di parte.

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