Road trip nell’outback

Dunque, recentemente, per ragioni varie su cui non mi dilungo (che includono ovviamente le restrizioni imposte dal caro amico Covid), ho fatto un viaggio nell’outback (la zona rurale) del Nuovo Galles del Sud (NSW) andando da Sydney fino a Broken Hill. Sì, proprio come in Priscilla Queen of the Desert.

Il vuoto che regna sovrano all’interno del continente australiano è incredibile. C’è una strada asfaltata. Una. (La Sturt Highway, che prende il nome dall’esploratore Charles Sturt). E intorno il niente. Per chilometri e chilometri e chilometri. Che uno lo sa, ma non se lo immagina veramente finché non lo vede. Il resto sono strade sterrate, percorribili solo con un buon 4X4. Probabilmente ragione per cui questo tipo di veicolo qui spopola.

In Australia c’è lo spazio per questi carri armati per famiglie e singoli. Ma dello spazio in Australia parlerò in un altro post.

Lungo quest’unica strada si trova, ogni tanto, un centro abitato. Con ‘ogni tanto’ intendo distanze superiori ai 100km. Con ‘centro abitato’ intendo tra i 500 e i 2.000 abitanti. Anche se, secondo me, a volte gli abitanti erano in realtà più o meno 10.

Vorrei insistere su questo vuoto totale. Tu guidi sulla Sturt Highway e, sia a destra che a sinistra, hai questa pianura desertica rossastra punteggiata di verde che si estende a perdita d’occhio e nient’altro. Incontrare un’auto è molto raro. Incontrare un road train (i camion enormi che trasportano materiali dalle miniere) meno, e di solito non è un’esperienza piacevole. Ogni tanto un canguro, ogni tanto un emu, greggi di pecore, talvolta mucche, e caprette selvatiche. E uccelli molesti. Non dimentichiamo gli uccelli molesti. Sfortunatamente, più canguri morti, perché investiti, che giacciono lungo la strada, che saltellanti sul terreno. Paesaggio brullo, arido, a tratti marziano, invariato per chilometri e chilometri. E sebbene vuoto e sterile e monotono, comunque affascinante, per qualche strano motivo, probabilmente i colori, specialmente all’alba e al tramonto.

I centri abitati sono solitamente una o due strade con (in ordine di importanza) un pub, un distributore di benzina, un motel, un supermercato, qualche esercizio commerciale e una manciata di case. L’offerta culinaria spazia da: fritto con salse a molto fritto con molte salse. Gli abitanti sono, di conseguenza, per la maggior parte oltre i 100 chili. Per chi vuole sentirsi Kate Moss senza dover entrare in una 40, un giretto nell’outback è dunque il viaggio ideale.

Le donne sono particolarmente inquietanti. Per carità, ho incontrato anche delle personcine deliziose, con modi civili, ma la maggior parte diciamo di no. Un modo di fare che riflette chiaramente la mancanza di contatto con l’esterno e una cultura da camionaro alcolista. Ricordo con particolare affetto questo camion di donna, che con due gambe e due braccia mie fai un braccio suo, con occhiali da sole in testa alle ore 22, a mo’ di cerchietto come i tamarri dell’Ultimo Impero a Torino, che stava dietro al bancone del pub di Balranald.

Quando siamo arrivati a Balranald, sebbene fosse primo pomeriggio, tutto era chiuso. In mancanza di provviste (cercavamo di evitare il Supersize me menu), ci siamo ritrovati costretti a mangiare al mitico pub del luogo, fulcro della movida locale. Lei, dietro il bancone del bar, prendeva gli ordini.

Lo scambio era già partito male perché io, dopo 4 giorni in modalità Indiana Jones, mi ero messa un po’ di trucco e un top carino in modo che il mio compagno non iniziasse a confondermi con la fauna locale. Sei vezzosa, te le cerchi. Chiedo, stupidamente, come sono cucinate le verdure sul menu (oltre che vezzosa ho anche seri problemi digestivi, lo so… le fortune…). Risposta: “non lo so, non lavoro in cucina”. Credo di aver reso l’idea.

Il mio compagno, che non so che cosa abbia visto perché siamo quasi astemi, e se proprio vuoi brindare non credo che un posto così te ne susciti il desiderio, chiede che birre abbiano. Lei brandisce il boccalone più grande a disposizione e gli elenca le birre (quelle le sa). Lui decide e poi aggiunge: ‘piccola’. Sgomenta, il camion abbandona il boccalone e prende un bicchiere con la faccia di chi sta pensando ‘lattante’. Bisogna capire che qui bevono birra come noi beviamo l’acqua e non sto esagerando.

Va da sé che quello che è arrivato sul tavolo non era quello che avevamo ordinato, che non abbiamo finito nemmeno la metà di quello che c’era nel piatto, che ci hanno fatto pagare uno sproposito e che il mio cheri la birretta non l’ha nemmeno finita. Secondo me ne parleranno per un po’: ” Ma tu li hai visti quelli di Sydney? La squinzia col mascara e quello che non finisce una birra piccola?!?”.

Racconterò altro nelle prossime puntate…

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Quattro anni per un abbraccio mancato

Poco meno di quattro anni fa, ti vidi per quella che allora non sapevo sarebbe stata l’ultima volta. Ci salutammo alla stazione di Museum e ciascuno verso il suo luogo di lavoro, durante una mattinata come tante in questa Sydney, città sterile in un continente anch’esso sterile, come tu li definisci, e non posso darti torto. And that was it.

In questi quattro anni, aggiornamenti sporadici, consigli di lettura, le tue rocambolesche avventure in Sud America prima e nel sud-est asiatico poi, a lavorare per ONG alla difesa dell’infanzia e dei diritti umani. La mia vita molto meno interessante, regolata dalle lotte alla Don Chisciotte per permanere nell’appetibile continente di cui sopra, con piccole routines incerte e nemmeno il coraggio di osare a sognare, non parliamo del rincorrere un sogno, schiacciata da una burocrazia diabolica e da spese infinite a cui, forse per mancanza di lucidità mentale, non ho detto no quattro anni fa appunto.

Oggi, fuori dalla stazione di Museum, ironia della sorte, ho preso il pullman che mi avrebbe portato a rincontrarti. Quattro anni dopo. Causa COVID. Perché a quanto pare, il COVID nell’80 per cento dei casi separa, ma nel 20 per cento riunisce.

Tu, evacuato dal sud-est asiatico, hai usato il tuo passaporto più recente e hai deciso di rientrare in Australia, dove a un certo punto mi hai contattato. Io, che Don Chisciotte lo conosco bene, e sono ancora qui, con le mie piccole routines incerte ma forse un po’ più di coraggio a sognare.

Lo stesso muro. Lo stesso identico muro di quattro anni fa, accompagnato da una strana sensazione di vicinanza. Una relazione umana paradossale come non ne ho mai vissute nella mia vita. Ci parliamo come se ci conoscessimo dall’infanzia, le nostre relazioni, il lavoro, i libri, la società, il retaggio colonialista e l’immenso divario tra il primo e il terzo mondo… facciamo discorsi di un’intimità e profondità che non riesco a fare con gente che vedo quasi quotidianamente da tre anni a questa parte, eppure manca qualcosa, c’é un muro tra di noi e non riesco a dargli un’identità.

è che non ci conosciamo abbastanza in realtà? è che sei troppo introverso? I veri introversi sono rari. Tanta gente si professa introversa ma non sa nemmeno di che cosa stia parlando. Tu sei un vero introverso… credo… non lo so… ma mi parli insieme senza guardarmi negli occhi, quindi mi viene da pensare che sia questa la realtà, come lo pensavo quattro anni fa, ma appunto, sono congetture mie. La vita mi ha insegnato che più spesso di quanto si pensi, chi non esprime non è che sia misterioso, è che non ha nulla da esprimere. è forse questa la verità che non mi piace ma che dovrei accettare?

Alla fine hai iniziato a guardarmi negli occhi, forse perché, in quanto insegnante, so tollerare i silenzi senza troppo disagio e a volte ricordo di lasciare anche al prossimo l’opportunità di esprimersi, secondo le sue tempistiche. Tuttavia non so se i tuoi occhi guardassero me o mi passassero attraverso.

Il fatto rimane, ed è che dopo averti visto non so mai che cosa provo, che cosa sia successo, che cosa ci siamo scambiati, che cosa siamo noi. Amici? Sconosciuti? Mancati frequentatori di un club di lettura? Dopo averti visto, provo sempre una sorta di disagio, di non detto, di sospeso, con cui non vivo affatto bene per ragioni che non riesco a identificare. Oggi, come quattro anni fa, dopo aver passato del tempo con te, mi sento come se fossi stata obbligata a soffocare qualcosa dentro, che cosa non so nemmeno bene che cosa sia. Come se tutto fosse una bella cornice su un muro scalcinato.

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Le foto per il futuro

Facendo pulizia delle foto sul cellulare sono stata presa da un pensiero: quante foto facciamo anziché goderci il momento, immortalando un qualcosa per quando più tardi avremo il tempo di soffermarci sullo stesso?
Il problema è che il più tardi non arriva mai. Almeno non per me. Riguardavo alcune foto fatte di recente a Byron Bay. Mentre guidavamo di ritorno dal NightCap National Park, siamo arrivati di fronte alle opere di un artista installate in mezzo alla natura. Ci siamo fermati, le abbiamo ammirate, abbiamo fatto alcune foto. Oltre alle opere, ho anche fotografato alcune spiegazioni, con l’idea ‘le leggerò più tardi’. Dato che in passato questa formula ha fallito miseramente, stasera ho letto la descrizione dell’opera che mi ero limitata a fotografare anziché leggere, perché a volte (raramente), dagli errori si impara. La descrizione dice:
‘These metal rings, made by man and heat with industrial power of the late 1800s rolled on the earth to protect wooden spoked wheels before we were born. No computer no rubber these rings founded the world we live in. We should give respect to the past, it will soon be gone! Some things are real!!! Touch it! Feel it! Life is 3D. Ask questions, pass on the knowledge mouth to hear, face to face. Thank you. Brett Allen’. Brett Harrison Allen

Se avessi letto anziché fotografare per leggere dopo, avrei sicuramente apprezzato l’opera in modo diverso.

Dovremmo rispettare il passato, dice Allen. Tuttavia, la storia si studia sempre peggio e sempre meno. Inclusa quella recente. E vivere e godere del momento presente vende molti libri ma è un’abilità che appartiene a pochi.

Ultimamente vivo peggio del solito questa continua corsa a ostacoli, questo passare da un’incombenza a un’altra accompagnata dalla sensazione di vivere in apnea. Così ho deciso di fare le cose con più calma, nonostante le pressione dall’esterno e dall’interno. Prendermi il mio tempo, anche quando agli altri non va bene. E spero in futuro di non fare una foto ‘per dopo’ ma piuttosto, se proprio devo farla, per un giorno ‘ricordare meglio l’adesso’.

Sotto, una delle opere dell’artista.

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Sabato mattina da volontaria

Questa mattina sono andata a fare volontariato. Come sia finita a fare volontariato è una lunga e noiosa storia che tralascio. Ad ogni modo, ‘lavoro’ per un’associazione che si occupa di senza tetto. è abbastanza conosciuta a Sydney e fa molto ‘glamour’ da quanto ho capito, lavorarci. Io non l’ho scelta per il glamour ma perché è sotto casa, quindi mi viene abbastanza comodo, per dirla in tutta franchezza. Sebbene preferirei forse fare un altro tipo di volontariato, perché, sempre per essere franchi, il posto in questione è abbastanza hardcore.

Stamattina lavoravo al front desk, dove tutti quelli che l’associazione definisce ‘visitatori’ vengono a chiedere di mettere il telefono in carica, di fare una doccia, di avere un cambio di abiti puliti e mille altre varie ed eventuali che possano venirgli in mente, tipo ‘Qual è il numero di telefono di Ticketek?’.

Trovo il front desk piuttosto difficile. Bisogna avere molta molta molta pazienza, perché tante persone che sono senzatetto lo sono perché hanno problemi di dipendenze e quindi non sono esattamente educate o rispettose. Tipo stamattina avevo un nonnino che mi faceva una tenerezza infinita e che aspettava il suo turno per fare la doccia e quest’altro personaggio che pensa di essere figlio di Snoop Dogg va a fiondarsi nella doccia passando di fronte al nonnino. Cosa che a me non è piaciuta per niente. Poi ci sono quelli che vogliono raccontarti le loro storie. Il problema è che le loro storie non finiscono mai e non hanno un filo logico, quindi si può solo annuire con compiacenza e fare finta di seguire.

Uno stamattina mi ha chiesto: ‘ma se tu sei europea, perché non stai in Europa? è talmente bella l’Europa!’

‘Hai ragione, ma non c’è lavoro in Europa’, ho risposto (anche se qui ultimamente tra Corona Virus e altre varie ed eventuali non è che di lavoro da insegnante agli stranieri ce ne sia a palate).

‘Va beh, ma se non c’è lavoro che problema c’è? Mettiti a fare la criminale!’

Gli diamo torto?

All’interno dell’associazione c’è anche un bar, dove i prezzi sono decisamente minori rispetto a quelli di un bar normale ma l’idea è che facendo pagare si aiuta a responsabilizzare le persone nella gestione del denaro e si dà loro maggiore dignità. Non mi sembra un’idea sbagliata anche se mi piacerebbe che lo stesso principio venisse adottato anche alla reception, ovvero: ‘ti comporti da testa di banana, porta il tuo sedere altrove’, a differenza di far finta di non vedere le cose, tipo il tizio che si impone nella doccia con arroganza e nessuno eccetto me dice nulla.

Sicuramente fare volontariato in un contesto simile, in cui dai calze e mutande a chi altrimenti non ne avrebbe, e dai quello che c’è, il che è molto diverso dal poter scegliere colore, numero e taglia, fa riflettere, apprezzare di più quello che si ha, rendersi maggiormente conto del superfluo, e tutte quelle robe lì che non sto ad elencare, ché si sanno. Quello che voglio dire è che in mezzo al chiasso, all’arroganza, alla follia, alla maleducazione, ci sono persone che vorresti saper aiutare ma non sai.

K. stamattina mi ha dato il telefono da mettere in carica. Non mi ha guardato in faccia, guardava in basso. Gli ho messo il telefono in carica. Più tardi è tornato al bancone e mi ha chiesto di fare una doccia. Gli ho dato tutto il necessario e restituito il telefono. è poi ritornato per rimettere il telefono in carica, gli ho chiesto il permesso di mettere il telefono in modalità aereo perché si caricasse più velocemente e l’ho chiamato per nome. Allora mi ha parlato guardandomi negli occhi. La mia collega, che lo conosce, gli ha chiesto come andasse. ‘Non bene’ ha risposto lui, scoprendosi le braccia ricoperte di tagli. Tentativi di suicidio falliti.

Io ho perso un’amica così. Non voglio giudicare perché non so. Capisco come si possa pensare di suicidarsi ma da lì al farlo è una cosa che non riesco a capire. Ciò che vedo è la pressione che la società ci mette addosso, per essere di successo, ricchi, sempre via il weekend, e a stappare bottiglie di champagne il giovedì sera all’Opera Bar o a Bondi, specialmente in un posto come Sydney, dove quello che guadagni sembra determinare quanto diritto tu abbia di stare al mondo e dove a me un simile ambiente non fa venire di suicidarmi ma un po’ di depressione e senso di inferiorità me li mette addosso sicuramente.

Spero di rivedere K. e che K. trovi un appiglio per smettere di farsi a pezzi.

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Have you ever

Have you ever felt tired? Tired all the time? No matter if you just woke up from a 9 hours sleep, or have the weekend ahead of you?

I always feel tired. Disinterested, annoyed. I know, it’s not great, is it? I mean, I don’t attract people towards me by irradiating joy these days.

I actually would like to be left alone. Which is hard, when you can’t get a break from work, when your work is teaching when you live with your partner…

Don’t get me wrong, I love my job (the part where I am with the students, at least), and I love my partner. I just need a break from all the noise, the voices, the requests, the ideas… without anyone being upset with me for needing a break.

I probably sound like a whiny bitch, I know.

The truth is that I am a bit worried. I don’t like feeling like this. I’d like to understand where this negativity comes from and get rid of it. There’s nothing wrong with my life, besides earning peanuts. But I don’t seem to be able to find happiness. Not even when I could make time for myself and do things I really enjoy. It all feels like a chore.

Anyway, stop with the complaining. I decided to get back into writing. Possibly something more interesting than the above. Probably about living in Australia and so on and so forth. Like, useful things for the public…

They’re talking to me (doh!)… gotta go.

Cheers mates

 

 

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J.

“Io da ragazzino non avevo la moquette in camera. Avevo il parquet. E alzavo i listelli per infilarci sotto i miei segreti. Quando sono tornato a casa, nel 2013, mi sono reso conto che sotto i listelli avevo:

  • un machete
  • un paio di manette che avevo rubato a un poliziotto
  • le foto di Serena Williams.”

A raccontarmi questo è  J., 29 anni, di Londra. Che sembra l’inizio di un libro, più che una chiacchierata tra amici in Australia, dove trovare persone con cui fare un discorso un minimo più profondo e interessante non è semplice come sembra. Probabilmente anche per colpa mia che da tempo non mi informo, non mi aggiorno, e vivo chiusa nel mio mondo, dove almeno però leggo.

J. ha due occhi di un blu irreale, e legge dentro le persone, sa capirne la natura, con pochi sguardi. Questa sera mi ha detto che cosa ha visto in me la prima volta in cui mi ha incontrata: “La prima volta che ti ho vista, ho pensato che fossi una persona interessante, una che ne ha viste tante, e non ha paura di dire quello che pensa. Ho anche pensato che fossi un po’ pazza, se per pazzo intendiamo qualcuno che non sa sempre distinguere la fantasia dalla realta'”.

Chi mi conosce sa che ci ha preso parecchio. E mentre mi diceva queste cose pensavo a come io non sia assolutamente in grado di farmi un’idea della persona che ho di fronte con pochi sguardi. E mi chiedevo anche perché. Innanzitutto perché sono egocentrica, come dimostra il fatto che pensassi a quello che fa lui in relazione a quello che faccio io. E poi perché probabilmente, essendo egocentrica e insicura, mi preoccupo più di quello che il prossimo possa pensare di me, che non di capire se chi ho di fronte sia una persona della cui opinione valga la pena preoccuparsi.

Comunque, J. è molto più interessante di me. Non compra vestiti da anni, li baratta, così come baratta le scarpe. Oggi ha comprato un paio di pantaloncini da 50 dollari e se ne vergogna molto. Davvero non comprava vestiti da anni.

J. non sa che cosa vuole fare, non ha progetti o obiettivi al di là della prossima ora.

Andrà via dall’Australia, tornerà in UK per una visita e poi chissà. Non lo sa. In tanti ci affanniamo a progettare, costruire, raggiungere, e se non lo facciamo ci sentiamo inutili (vedi Goffredo che pensa di prendere degli psicofarmaci per decidersi a trovare un lavoro… storia vera). Che cosa pensi di fare? Non lo so, non so che cosa faccio tra un’ora.

E gli va bene così. Non è che ha l’ansia, la paranoia, la frustrazione. Aveva un appuntamento con una ragazza ma era senza soldi. Ha venduto la macchina per portarla fuori. Così. Lei ovviamente non lo saprà mai.

Io non so che cosa sia giusto o sbagliato, però mi affascina vedere qualcuno che sceglie di vivere in una maniera che per i più e’ “sbagliata”, ma è sereno. Tranquillo. Si accetta com’è ed è consapevole. Non si piange addosso, non si fa le pippe mentali. Davvero: sereno.

E peraltro aveva una fidanzata di Torino e ha vissuto in Piemonte per un paio di mesi, e ogni tanto se ne esce con un: “Dio fa'”, ed è surreale, quello con l’accento londinese che se ne esce così, e io che cerco di dissuaderlo dall’usare codesta espressione. Perché alla fine in una lingua straniera le parole hanno un altro peso. Molto minore. C’è gente che probabilmente non ha ancora realizzato che la “canzone” di Madonna Give it to Me ripete praticamente in loop: “Dammelo, sì, dammelo sì”.

Adesso devo capire come disattivare queste notifiche Facebook della gente che sta in diretta. Tutti Pippo Baudo.

 

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Goffredo

 

Sono sempre stata solitaria. Da bambina passavo ore con le mie Barbie, i miei Ken, i MioMiniPony, inventavo storie, vestivo, svestivo… non ho mai avuto la smania di stare con altri bambini, di andare al parco, all’asilo. La mia cameretta e la mia fantasia mi bastavano. 

E non sono cambiata. Ho bisogno del mio spazio, di silenzio, di tempo con me stessa. 

Purtroppo vivo a Sydney, dove, visto il costo della vita, condividere casa è praticamente d’obbligo. Condividere casa è una tortura. La gente è sporca, è poco rispettosa degli spazi altrui, senza contare che è gente e la gente è il male di per sè. 

Questo per parlare di colui che, per privacy, chiameremo “Goffredo”.

Goffredo, che vive con me, è il coinquilino bisognoso. È quello che ti chiede della tua giornata per parlarti della sua (e a te già frega relativamente della tua, figuriamoci della sua!!!), che sta costantemente in cucina così sei costretta a incontrarlo se desideri muoverti per casa (è accaduto che io abbia finto di essermi addormentata alle 8 di sera, e mi sia tenuta pipi’ e trucco per tutta la notte, pur di evitare di andare in bagno e rischiare di essere braccata in corridoio). È quello che è sempre a casa, che anche quando ti dice che uscirà… no, alla fine rientri, essendoti inventata cose a caso da fare in giro pur di evitarlo, e lui non è uscito. È in cucina, con gli Ugg boots, il Mac e la gangia. Perchè Goffredo odia i musulmani, vota estrema destra, ma si fa 5 o 6 spinelli a sera. 

Goffredo odia tutti gli altri uomini, compreso il nostro altro coinquilino, che invece è un sant’uomo. Odia tutti gli altri perchè l’unico figo al mondo deve essere lui. Peccato che se hai le gambe corte rispetto al tronco, non c’è proprio nulla che tu possa fare per porvi rimedio, e cambiarti 3 magliette davanti a me, per mostrarmi i pettorali poco faccia rispetto al fatto che, Goffredo, sei un povero coglione. 

Goffredo ti racconta sempre delle tizie che ci provano con lui (ovunque vada c’è una che ci prova con lui, pover’uomo, non ha tregua, persino al supermercato!)… peccato che sia single.

La domenica Goffredo ha bisogno che lo aiuti ad abbinare giacche, camicie e pantaloni per la settimana. Goffredo ha bisogno di sapere se il pollo che ha cucinato due sere fa, secondo te è ancora commestibile, e dopo quanto tempo le uova sode vanno a male. Goffredo non sa che esiste Google e quella fantastica cosa chiamata “Lebensraum”.

Goffredo, mentre ti fai il silk epil, e sa che quel rumore è il silk epil (perchè in passato ti ha fatto battute fuori luogo al riguardo), ti manda un messaggio per chiederti di cenare insieme. Non ottenendo risposta, viene a bussare, mentre tu sei nuda in posizione contorsionista cinese. E tu gli depileresti le narici col silk epil, a Goffredo. 

Goffredo dice che non vuole essere maleducato, ma “hai veramente un bel culo”. Goffredo dice che non vuole farsi i fatti tuoi, ma “sei così carina, hai un appuntamento?” Goffredo è l’uomo della premessa vana. 

Goffredo fa solo cose che sono amazing, con gente che è awesome. Oppure the best. Le facesse davvero, anzichè blaterarne, sarebbe molto carino, perchè si leverebbe dalle palle. Invece no, tu rientri e la luce è accesa e già sai che non sarà in camera sua, sarà in cucina, desideroso di avere una conversazione con te, su un qualunque tema adolescenziale, in cui esprime la sua visione adolescenziale. E tu vorresti tanto mandarlo a quel paese, ma Goffredo ha la tua caparra. 

Se sei in camera tua, Goffredo ti manda un messaggio, per sapere che fai. Per chiederti di cenare insieme, perchè è una di quelle persone che non sanno mangiare da sole. E tu sei una di quelle persone che si potrano il piatto in camera pur di evitare i Goffredo. Oppure cenano con pop corn e cioccolata, pur di evitare i Goffredo. 

Se ti vede triste, Goffredo vuole aiutarti. Non capisce che sei triste perché vivi con lui e ne hai due coglioni che nia fai più, nè che essere tristi va bene, non è Dawson’s Creek, si sopravvive. E magari non hai voglia di parlarne, specialmente con lui, che purtroppo, per questioni di latitudine, non ha potuto essere una stella ad Amici di Maria, ma non quello degli artisti, quello degli adolescenti in para. 

Se studi e dopo scuola vai a lavoro, Goffredo ti manda un messaggio per sapere dove sei. E tu di madre ne hai già una, e non a caso in un altro emisfero. Se dormi fuori casa ti chiede dove hai passato la notte. 

Goffredo occupa tutto il frigo, tutto il freezer e fa quattro lavatrici insieme. Lascia roba nel lavandino, vestiti in bagno, ma se tu fai una mezza cosa storta manda un messaggio a tutti gli inquilini, anche se siamo tutti in casa. Mandare messaggi è molto importante per Goffredo.  E guai a mettere qualcosa in freezer davanti a lui, parte immediatamente un commento sul poco spazio che c’è.  

Goffredo mi ha portato all’esasperazione e ho provato a parlarci. Si è offeso, poi ha capito (per quanto possa capire lui). E mi ha detto: “Sai, con i miei amici che vivevano qui prima si cenava sempre insieme, credo che sia una questione di avere diverse aspettative”. 

Certo, e i tuoi amici se ne sono andati da questa casa. Per dire. 

Goffredo ha 32 anni. 

 

 

 

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Di rosmarino, nonne, Sardegna e Sydney.

Quando ero piccola, e tutti non mi scherzavano per le dimensioni del mio pene, essendo femmina, andavamo spesso con la mia famiglia in vacanza in Sardegna in estate, nonni inclusi.

In una di queste occasioni, eravamo a Stintino, in un resort costituito da tante casette indipendenti e nei cui parchi erano presenti immensi cespugli di rosmarino, dai quali la mia nonna, che e’ una nonna fantastica, non poteva esimersi dal rubare qualche rametto.

Perche’ sebbene qui in Australia siano tutti convinti che noi italiani mettiamo l’aglio nell’ovunque, sono gli aromi mediterranei il vero segreto della nostra cucina, e ci sono delle regole, come mi ha insegnato la mia nonna. Ad esempio, le carote sono fantastiche con l’alloro, mentre le zucchine con la salvia. E il rosmarino e la carne si sa, sono fatti per stare insieme.

Quello che gli australiani non sanno, e’ inoltre, che i nostri nonni hanno conosciuto la guerra e la fame, e non sprecano nulla. Qui si usano venti sacchetti della spesa per venti articoli, cinque metri di carta per incartare un petto di pollo, il taxi come se fosse l’autobus, mentre a casa mia c’e’ ancora della carta da regalo degli anni ’80. Guai ad aprire un regalo in maniera scomposta! Con delicatezza, che’ bisogna riciclare la carta. Figuriamoci quindi astenersi dall’approfittare dei beni che ci ha dato la natura.

Questa mattina, mentre stavo per uscire di casa, ho visto fuori dalla finestra una nonnina che prendeva un po’ di rosmarino dai cespugli che sono nel giardino di fronte a casa nostra e la mia mente e’ immediatamente ritornata alla mia nonna a Stintino. Non volevo metterla in imbarazzo durante l’operazione, ma dovevo proprio uscire.

Cosi’ mi sono presentata con un bel sorriso e l’ho salutata, lei si e’ scusata e io le ho detto di non preoccuparsi, che anche la mia nonna frega sempre gli aromi in giro, quando fuori dal suo habitat, e le ho chiesto la sua origine, dato che mi e’ parso di sentire un accento familiare.

  • “I am Italian”, mi ha risposto.
  • “Davvero?!? Anch’io!”

E ci siamo messe a conversare in italiano. Mi ha chiesto da quale parte dell’Italia vengo, “Torino.”, le ho risposto.

“Ah! io sono delle Sicilia ma ho una nipote che abitava a Torino! Ma abiti qui?”

“Si’ signora, al momento vivo qui.”

“Allora vienimi a trovare, io sono al 376, mi chiamo Agostina.”

“Va bene, volentieri, questa settimana non riesco, ma la prossima verro’ a trovarla, glielo prometto.”

“376 eh! Mi raccomando, ricordatelo!”

Le nostre nonne, autoritarie, decise e predatrici di aromi, in qualunque emisfero.

 

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Whatevs

Lui, boyfriend australiano, dice: “parli sempre male degli australiani, ti rendi conto che io sono australiano?”

Diciamo che parlo male degli esseri umani in generale; gli australiani sono quelli con cui interagisco maggiormente, e di cui di conseguenza mi lamento maggiormente, per una questione prettamente geografica, poi se vuoi essere pignolo…

Parlo male degli australiani perche’, il tutto raccolto in una espressione da giovani “non ce la fanno”. Ti trovi sempre in situazioni surreali in cui dovresti perdere tempo a spiegare l’ovvio e ti chiedi come sia possibile che non si rendano conto di cio’ che, appunto, e’ ovvio. Esempio: Se ordino cibo e caffe’ da portare via, non puoi darmi il caffe’ e dieci minuti dopo il cibo, perche’ il caffe’ sara’ diventato freddo. E non e’ un caso isolato, e’ la regola.

No, non ce la fanno.

Dopo essere stata accusata di non apprezzare gli australiani, faccio il seguente discorso (spiegare l’ovvio), con molta calma, perche’ due settimane fa ho deciso che non mi arrabbio piu’, mi arrabbio tra me e me ma non sto a spendere tempo a intavolare discussioni con le teste di banana.

Discorso: “Mi sento trascurata e data per scontata, anche se non mi lamento mai del tempo che passi con i tuoi amici (e lavoro come una stronza, per cui tempo libero dalla mia presenza ne hai a palate), mi piacerebbe che ogni tanto il mio ragazzo si preoccupasse di vedermi durante il weekend, di organizzare qualcosa insieme a me, non che aspettasse sempre l’ultimo minuto per vedere se ha di meglio da fare che vedere me, o che non sappia mai darmi una risposta su che cosa fa o che cosa non fa. Tra le altre cose, se magari non mi rispondi”whatevs” (“whatever era troppo lungo e faticoso da pronunciare), all’idea di vedermi, sarebbe anche carino. Che poi, se non hai voglia di vedermi e passare del tempo con me, che cosa stiamo insieme a fare? Cioe’, per me possiamo benissimo lasciarci.”

Risposta tipicamente australiana: Non risponde. Annuisce guardando il vuoto, poi la birra, poi ancora la birra, come un bambino che e’ stato sorpreso a rubare la marmellata.

Giorno seguente.

Italiana: “Amore, io lavoro sabato sera e parto domenica mattina presto, per cui se vogliamo vederci possiamo fare o venerdi’ sera dopo il tuo evento di lavoro oppure sabato in giornata”.

Australiano: “Adesso non so dirti, ma ti faccio sapere”.

Critico veramente la gente a vanvera.

Se qualcuno volesse pormi la intelligente domanda: “Perche’ ci stai?”, la risposta e’: “Per intrattenervi, io faccio della mia vita una ricerca antropologica a beneficio del prossimo”.

 

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Identita’ multiple

Questa mattina alle ore 11.20, mi telefonano dallo studio del chiropratico dove ho preso appuntamento perche’ sono messa male livello: non riuscire ad alzare le braccia sopra la testa.

Mi dicono che non ho compilato il modulo per i nuovi pazienti che mi hanno inviato via email… si’, peccato che la email non mi sia mai arrivata dal momento che ho fatto lo spelling del mio nome “Giulia”, almeno 5 volte alla receptionista, quando ho prenotato l’appuntamento, e la stessa non e’ riuscita a uscire dal loop: “G U I”.

“No, it’s G I U”

Niente. Rifaccio lo spelling al genio in reception odierno e continuo a non ricevere nessuna email, nemmeno nello spam, dopodiche’ dico che compilero’ il modulo una volta arrivata allo studio, visto che l’appuntamento e’ nei 40′ successivi.

Arrivata allo studio, compilo l’Ipad per i pazienti con i miei dati, e scrivo anche a mano, in stampatello maiuscolo, nome e cognome, e relativa email, per aiutarli. Pago 150 dollari per mezz’ora di trattamento e prendo accordi per la seduta successiva, che costera’ 100 dollari per 15′.

Ricevo di seguito la seguente email:

“Dear Giuilia,

your next appointment…”

Sono ormai due anni che vivo in Australia e mi scontro costantemente con il mispelling del mio nome. Guilia, Gulia, Giuilia, perfino Goulia (and the winner is… the chemist! Ovvero gente che ha anche studiato, si presume). Sono sei lettere, non dovrebbe essere tanto difficile, e invece lo e’. Inizialmente reagivo con dolcezza, rispiegando, giustificando, ecc. Pero’ adesso basta, ho superato ogni livello di tolleranza. Perche’ quello che sta dietro al non riuscire a mettere in fila sei lettere e’ l’arroganza di una popolazione per cui se un nome non e’ inglese, non vale la pena impegnarsi troppo. Se una lingua non e’ l’inglese non vale la pena impararla, perche’ tanto TUTTI parlano inglese. (metto le cuffie perche’ la mia collega -australiana- ha appena deciso di mettere musica di merda a tutto volume dal proprio cellulare, senza preoccuparsi del prossimo).

Io non ne posso piu’. Saro’ una zitella inacidita ma questa arroganza del “quello che non e’ inglese non ci interessa” non riesco piu’ a sopportarla. Specialmente in un paese cosi’ multirazziale e multiculturale quale e’ l’Australia. “Non imparo un’altra lingua perche’ siamo lontani da tutti”. Gia’, peccato che a Sydney tu possa praticamente parlare ogni lingua del mondo. Che poi per me, scrivere e pronunciare il nome di un’altra persona correttamente, o almeno provarci, e’ una forma di rispetto nei confronti dell’identita’ della persona stessa. Non e’ che mi divertissi a sforzarmi di scrivere correttamente nelle email il nome di colleghi indiani tipo “Jaswinder” o ” Rabindranath”, ma mi sembrava il minimo sindacale fare lo spelling corretto del nome della persona con cui stavo comunicando.

Per gli australiani no, per loro va tutto bene. Sei lettere in fila come Dio comanda? No, troppa fatica. Insomma, un branco di idioti ottusi, credo non sia necessario dilungarsi oltre.

Alla email dello studio del chiropratico ho risposto, perche’ non sono davvero piu’ riuscita a trattenermi, e se la prossima volta che lo vedo mi spezza l’osso del collo amen, pero’ l’epitaffio me lo faccio scrivere in Italia. Ma la frustrazione del non trovare un lavoro decente in un paese popolato da pressapochisti ignoranti mi rende particolarmente suscettibile.

“Thank you,

(manco piu’ ‘Dear qualcosa’, perche’ mi avete fatto scendere la catena definitivamente)

My name is six letters: G I U L I A. Not Guilia, nor Giuilia. I specify it because I need it spelled right on documents and invoices.

Thanks and Regards (e sticazzi),

Giulia”

Sottotesto: Vedi un po’ se l’hai presa.

(Scusate gli apostrofi al posto degli accenti, ma manco a dirlo, tastiera UK)

 

 

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