J.

“Io da ragazzino non avevo la moquette in camera. Avevo il parquet. E alzavo i listelli per infilarci sotto i miei segreti. Quando sono tornato a casa, nel 2013, mi sono reso conto che sotto i listelli avevo:

  • un machete
  • un paio di manette che avevo rubato a un poliziotto
  • le foto di Serena Williams.”

A raccontarmi questo è  J., 29 anni, di Londra. Che sembra l’inizio di un libro, più che una chiacchierata tra amici in Australia, dove trovare persone con cui fare un discorso un minimo più profondo e interessante non è semplice come sembra. Probabilmente anche per colpa mia che da tempo non mi informo, non mi aggiorno, e vivo chiusa nel mio mondo, dove almeno però leggo.

J. ha due occhi di un blu irreale, e legge dentro le persone, sa capirne la natura, con pochi sguardi. Questa sera mi ha detto che cosa ha visto in me la prima volta in cui mi ha incontrata: “La prima volta che ti ho vista, ho pensato che fossi una persona interessante, una che ne ha viste tante, e non ha paura di dire quello che pensa. Ho anche pensato che fossi un po’ pazza, se per pazzo intendiamo qualcuno che non sa sempre distinguere la fantasia dalla realta'”.

Chi mi conosce sa che ci ha preso parecchio. E mentre mi diceva queste cose pensavo a come io non sia assolutamente in grado di farmi un’idea della persona che ho di fronte con pochi sguardi. E mi chiedevo anche perché. Innanzitutto perché sono egocentrica, come dimostra il fatto che pensassi a quello che fa lui in relazione a quello che faccio io. E poi perché probabilmente, essendo egocentrica e insicura, mi preoccupo più di quello che il prossimo possa pensare di me, che non di capire se chi ho di fronte sia una persona della cui opinione valga la pena preoccuparsi.

Comunque, J. è molto più interessante di me. Non compra vestiti da anni, li baratta, così come baratta le scarpe. Oggi ha comprato un paio di pantaloncini da 50 dollari e se ne vergogna molto. Davvero non comprava vestiti da anni.

J. non sa che cosa vuole fare, non ha progetti o obiettivi al di là della prossima ora.

Andrà via dall’Australia, tornerà in UK per una visita e poi chissà. Non lo sa. In tanti ci affanniamo a progettare, costruire, raggiungere, e se non lo facciamo ci sentiamo inutili (vedi Goffredo che pensa di prendere degli psicofarmaci per decidersi a trovare un lavoro… storia vera). Che cosa pensi di fare? Non lo so, non so che cosa faccio tra un’ora.

E gli va bene così. Non è che ha l’ansia, la paranoia, la frustrazione. Aveva un appuntamento con una ragazza ma era senza soldi. Ha venduto la macchina per portarla fuori. Così. Lei ovviamente non lo saprà mai.

Io non so che cosa sia giusto o sbagliato, però mi affascina vedere qualcuno che sceglie di vivere in una maniera che per i più e’ “sbagliata”, ma è sereno. Tranquillo. Si accetta com’è ed è consapevole. Non si piange addosso, non si fa le pippe mentali. Davvero: sereno.

E peraltro aveva una fidanzata di Torino e ha vissuto in Piemonte per un paio di mesi, e ogni tanto se ne esce con un: “Dio fa'”, ed è surreale, quello con l’accento londinese che se ne esce così, e io che cerco di dissuaderlo dall’usare codesta espressione. Perché alla fine in una lingua straniera le parole hanno un altro peso. Molto minore. C’è gente che probabilmente non ha ancora realizzato che la “canzone” di Madonna Give it to Me ripete praticamente in loop: “Dammelo, sì, dammelo sì”.

Adesso devo capire come disattivare queste notifiche Facebook della gente che sta in diretta. Tutti Pippo Baudo.

 

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Goffredo

 

Sono sempre stata solitaria. Da bambina passavo ore con le mie Barbie, i miei Ken, i MioMiniPony, inventavo storie, vestivo, svestivo… non ho mai avuto la smania di stare con altri bambini, di andare al parco, all’asilo. La mia cameretta e la mia fantasia mi bastavano. 

E non sono cambiata. Ho bisogno del mio spazio, di silenzio, di tempo con me stessa. 

Purtroppo vivo a Sydney, dove, visto il costo della vita, condividere casa è praticamente d’obbligo. Condividere casa è una tortura. La gente è sporca, è poco rispettosa degli spazi altrui, senza contare che è gente e la gente è il male di per sè. 

Questo per parlare di colui che, per privacy, chiameremo “Goffredo”.

Goffredo, che vive con me, è il coinquilino bisognoso. È quello che ti chiede della tua giornata per parlarti della sua (e a te già frega relativamente della tua, figuriamoci della sua!!!), che sta costantemente in cucina così sei costretta a incontrarlo se desideri muoverti per casa (è accaduto che io abbia finto di essermi addormentata alle 8 di sera, e mi sia tenuta pipi’ e trucco per tutta la notte, pur di evitare di andare in bagno e rischiare di essere braccata in corridoio). È quello che è sempre a casa, che anche quando ti dice che uscirà… no, alla fine rientri, essendoti inventata cose a caso da fare in giro pur di evitarlo, e lui non è uscito. È in cucina, con gli Ugg boots, il Mac e la gangia. Perchè Goffredo odia i musulmani, vota estrema destra, ma si fa 5 o 6 spinelli a sera. 

Goffredo odia tutti gli altri uomini, compreso il nostro altro coinquilino, che invece è un sant’uomo. Odia tutti gli altri perchè l’unico figo al mondo deve essere lui. Peccato che se hai le gambe corte rispetto al tronco, non c’è proprio nulla che tu possa fare per porvi rimedio, e cambiarti 3 magliette davanti a me, per mostrarmi i pettorali poco faccia rispetto al fatto che, Goffredo, sei un povero coglione. 

Goffredo ti racconta sempre delle tizie che ci provano con lui (ovunque vada c’è una che ci prova con lui, pover’uomo, non ha tregua, persino al supermercato!)… peccato che sia single.

La domenica Goffredo ha bisogno che lo aiuti ad abbinare giacche, camicie e pantaloni per la settimana. Goffredo ha bisogno di sapere se il pollo che ha cucinato due sere fa, secondo te è ancora commestibile, e dopo quanto tempo le uova sode vanno a male. Goffredo non sa che esiste Google e quella fantastica cosa chiamata “Lebensraum”.

Goffredo, mentre ti fai il silk epil, e sa che quel rumore è il silk epil (perchè in passato ti ha fatto battute fuori luogo al riguardo), ti manda un messaggio per chiederti di cenare insieme. Non ottenendo risposta, viene a bussare, mentre tu sei nuda in posizione contorsionista cinese. E tu gli depileresti le narici col silk epil, a Goffredo. 

Goffredo dice che non vuole essere maleducato, ma “hai veramente un bel culo”. Goffredo dice che non vuole farsi i fatti tuoi, ma “sei così carina, hai un appuntamento?” Goffredo è l’uomo della premessa vana. 

Goffredo fa solo cose che sono amazing, con gente che è awesome. Oppure the best. Le facesse davvero, anzichè blaterarne, sarebbe molto carino, perchè si leverebbe dalle palle. Invece no, tu rientri e la luce è accesa e già sai che non sarà in camera sua, sarà in cucina, desideroso di avere una conversazione con te, su un qualunque tema adolescenziale, in cui esprime la sua visione adolescenziale. E tu vorresti tanto mandarlo a quel paese, ma Goffredo ha la tua caparra. 

Se sei in camera tua, Goffredo ti manda un messaggio, per sapere che fai. Per chiederti di cenare insieme, perchè è una di quelle persone che non sanno mangiare da sole. E tu sei una di quelle persone che si potrano il piatto in camera pur di evitare i Goffredo. Oppure cenano con pop corn e cioccolata, pur di evitare i Goffredo. 

Se ti vede triste, Goffredo vuole aiutarti. Non capisce che sei triste perché vivi con lui e ne hai due coglioni che nia fai più, nè che essere tristi va bene, non è Dawson’s Creek, si sopravvive. E magari non hai voglia di parlarne, specialmente con lui, che purtroppo, per questioni di latitudine, non ha potuto essere una stella ad Amici di Maria, ma non quello degli artisti, quello degli adolescenti in para. 

Se studi e dopo scuola vai a lavoro, Goffredo ti manda un messaggio per sapere dove sei. E tu di madre ne hai già una, e non a caso in un altro emisfero. Se dormi fuori casa ti chiede dove hai passato la notte. 

Goffredo occupa tutto il frigo, tutto il freezer e fa quattro lavatrici insieme. Lascia roba nel lavandino, vestiti in bagno, ma se tu fai una mezza cosa storta manda un messaggio a tutti gli inquilini, anche se siamo tutti in casa. Mandare messaggi è molto importante per Goffredo.  E guai a mettere qualcosa in freezer davanti a lui, parte immediatamente un commento sul poco spazio che c’è.  

Goffredo mi ha portato all’esasperazione e ho provato a parlarci. Si è offeso, poi ha capito (per quanto possa capire lui). E mi ha detto: “Sai, con i miei amici che vivevano qui prima si cenava sempre insieme, credo che sia una questione di avere diverse aspettative”. 

Certo, e i tuoi amici se ne sono andati da questa casa. Per dire. 

Goffredo ha 32 anni. 

 

 

 

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Di rosmarino, nonne, Sardegna e Sydney.

Quando ero piccola, e tutti non mi scherzavano per le dimensioni del mio pene, essendo femmina, andavamo spesso con la mia famiglia in vacanza in Sardegna in estate, nonni inclusi.

In una di queste occasioni, eravamo a Stintino, in un resort costituito da tante casette indipendenti e nei cui parchi erano presenti immensi cespugli di rosmarino, dai quali la mia nonna, che e’ una nonna fantastica, non poteva esimersi dal rubare qualche rametto.

Perche’ sebbene qui in Australia siano tutti convinti che noi italiani mettiamo l’aglio nell’ovunque, sono gli aromi mediterranei il vero segreto della nostra cucina, e ci sono delle regole, come mi ha insegnato la mia nonna. Ad esempio, le carote sono fantastiche con l’alloro, mentre le zucchine con la salvia. E il rosmarino e la carne si sa, sono fatti per stare insieme.

Quello che gli australiani non sanno, e’ inoltre, che i nostri nonni hanno conosciuto la guerra e la fame, e non sprecano nulla. Qui si usano venti sacchetti della spesa per venti articoli, cinque metri di carta per incartare un petto di pollo, il taxi come se fosse l’autobus, mentre a casa mia c’e’ ancora della carta da regalo degli anni ’80. Guai ad aprire un regalo in maniera scomposta! Con delicatezza, che’ bisogna riciclare la carta. Figuriamoci quindi astenersi dall’approfittare dei beni che ci ha dato la natura.

Questa mattina, mentre stavo per uscire di casa, ho visto fuori dalla finestra una nonnina che prendeva un po’ di rosmarino dai cespugli che sono nel giardino di fronte a casa nostra e la mia mente e’ immediatamente ritornata alla mia nonna a Stintino. Non volevo metterla in imbarazzo durante l’operazione, ma dovevo proprio uscire.

Cosi’ mi sono presentata con un bel sorriso e l’ho salutata, lei si e’ scusata e io le ho detto di non preoccuparsi, che anche la mia nonna frega sempre gli aromi in giro, quando fuori dal suo habitat, e le ho chiesto la sua origine, dato che mi e’ parso di sentire un accento familiare.

  • “I am Italian”, mi ha risposto.
  • “Davvero?!? Anch’io!”

E ci siamo messe a conversare in italiano. Mi ha chiesto da quale parte dell’Italia vengo, “Torino.”, le ho risposto.

“Ah! io sono delle Sicilia ma ho una nipote che abitava a Torino! Ma abiti qui?”

“Si’ signora, al momento vivo qui.”

“Allora vienimi a trovare, io sono al 376, mi chiamo Agostina.”

“Va bene, volentieri, questa settimana non riesco, ma la prossima verro’ a trovarla, glielo prometto.”

“376 eh! Mi raccomando, ricordatelo!”

Le nostre nonne, autoritarie, decise e predatrici di aromi, in qualunque emisfero.

 

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Whatevs

Lui, boyfriend australiano, dice: “parli sempre male degli australiani, ti rendi conto che io sono australiano?”

Diciamo che parlo male degli esseri umani in generale; gli australiani sono quelli con cui interagisco maggiormente, e di cui di conseguenza mi lamento maggiormente, per una questione prettamente geografica, poi se vuoi essere pignolo…

Parlo male degli australiani perche’, il tutto raccolto in una espressione da giovani “non ce la fanno”. Ti trovi sempre in situazioni surreali in cui dovresti perdere tempo a spiegare l’ovvio e ti chiedi come sia possibile che non si rendano conto di cio’ che, appunto, e’ ovvio. Esempio: Se ordino cibo e caffe’ da portare via, non puoi darmi il caffe’ e dieci minuti dopo il cibo, perche’ il caffe’ sara’ diventato freddo. E non e’ un caso isolato, e’ la regola.

No, non ce la fanno.

Dopo essere stata accusata di non apprezzare gli australiani, faccio il seguente discorso (spiegare l’ovvio), con molta calma, perche’ due settimane fa ho deciso che non mi arrabbio piu’, mi arrabbio tra me e me ma non sto a spendere tempo a intavolare discussioni con le teste di banana.

Discorso: “Mi sento trascurata e data per scontata, anche se non mi lamento mai del tempo che passi con i tuoi amici (e lavoro come una stronza, per cui tempo libero dalla mia presenza ne hai a palate), mi piacerebbe che ogni tanto il mio ragazzo si preoccupasse di vedermi durante il weekend, di organizzare qualcosa insieme a me, non che aspettasse sempre l’ultimo minuto per vedere se ha di meglio da fare che vedere me, o che non sappia mai darmi una risposta su che cosa fa o che cosa non fa. Tra le altre cose, se magari non mi rispondi”whatevs” (“whatever era troppo lungo e faticoso da pronunciare), all’idea di vedermi, sarebbe anche carino. Che poi, se non hai voglia di vedermi e passare del tempo con me, che cosa stiamo insieme a fare? Cioe’, per me possiamo benissimo lasciarci.”

Risposta tipicamente australiana: Non risponde. Annuisce guardando il vuoto, poi la birra, poi ancora la birra, come un bambino che e’ stato sorpreso a rubare la marmellata.

Giorno seguente.

Italiana: “Amore, io lavoro sabato sera e parto domenica mattina presto, per cui se vogliamo vederci possiamo fare o venerdi’ sera dopo il tuo evento di lavoro oppure sabato in giornata”.

Australiano: “Adesso non so dirti, ma ti faccio sapere”.

Critico veramente la gente a vanvera.

Se qualcuno volesse pormi la intelligente domanda: “Perche’ ci stai?”, la risposta e’: “Per intrattenervi, io faccio della mia vita una ricerca antropologica a beneficio del prossimo”.

 

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Identita’ multiple

Questa mattina alle ore 11.20, mi telefonano dallo studio del chiropratico dove ho preso appuntamento perche’ sono messa male livello: non riuscire ad alzare le braccia sopra la testa.

Mi dicono che non ho compilato il modulo per i nuovi pazienti che mi hanno inviato via email… si’, peccato che la email non mi sia mai arrivata dal momento che ho fatto lo spelling del mio nome “Giulia”, almeno 5 volte alla receptionista, quando ho prenotato l’appuntamento, e la stessa non e’ riuscita a uscire dal loop: “G U I”.

“No, it’s G I U”

Niente. Rifaccio lo spelling al genio in reception odierno e continuo a non ricevere nessuna email, nemmeno nello spam, dopodiche’ dico che compilero’ il modulo una volta arrivata allo studio, visto che l’appuntamento e’ nei 40′ successivi.

Arrivata allo studio, compilo l’Ipad per i pazienti con i miei dati, e scrivo anche a mano, in stampatello maiuscolo, nome e cognome, e relativa email, per aiutarli. Pago 150 dollari per mezz’ora di trattamento e prendo accordi per la seduta successiva, che costera’ 100 dollari per 15′.

Ricevo di seguito la seguente email:

“Dear Giuilia,

your next appointment…”

Sono ormai due anni che vivo in Australia e mi scontro costantemente con il mispelling del mio nome. Guilia, Gulia, Giuilia, perfino Goulia (and the winner is… the chemist! Ovvero gente che ha anche studiato, si presume). Sono sei lettere, non dovrebbe essere tanto difficile, e invece lo e’. Inizialmente reagivo con dolcezza, rispiegando, giustificando, ecc. Pero’ adesso basta, ho superato ogni livello di tolleranza. Perche’ quello che sta dietro al non riuscire a mettere in fila sei lettere e’ l’arroganza di una popolazione per cui se un nome non e’ inglese, non vale la pena impegnarsi troppo. Se una lingua non e’ l’inglese non vale la pena impararla, perche’ tanto TUTTI parlano inglese. (metto le cuffie perche’ la mia collega -australiana- ha appena deciso di mettere musica di merda a tutto volume dal proprio cellulare, senza preoccuparsi del prossimo).

Io non ne posso piu’. Saro’ una zitella inacidita ma questa arroganza del “quello che non e’ inglese non ci interessa” non riesco piu’ a sopportarla. Specialmente in un paese cosi’ multirazziale e multiculturale quale e’ l’Australia. “Non imparo un’altra lingua perche’ siamo lontani da tutti”. Gia’, peccato che a Sydney tu possa praticamente parlare ogni lingua del mondo. Che poi per me, scrivere e pronunciare il nome di un’altra persona correttamente, o almeno provarci, e’ una forma di rispetto nei confronti dell’identita’ della persona stessa. Non e’ che mi divertissi a sforzarmi di scrivere correttamente nelle email il nome di colleghi indiani tipo “Jaswinder” o ” Rabindranath”, ma mi sembrava il minimo sindacale fare lo spelling corretto del nome della persona con cui stavo comunicando.

Per gli australiani no, per loro va tutto bene. Sei lettere in fila come Dio comanda? No, troppa fatica. Insomma, un branco di idioti ottusi, credo non sia necessario dilungarsi oltre.

Alla email dello studio del chiropratico ho risposto, perche’ non sono davvero piu’ riuscita a trattenermi, e se la prossima volta che lo vedo mi spezza l’osso del collo amen, pero’ l’epitaffio me lo faccio scrivere in Italia. Ma la frustrazione del non trovare un lavoro decente in un paese popolato da pressapochisti ignoranti mi rende particolarmente suscettibile.

“Thank you,

(manco piu’ ‘Dear qualcosa’, perche’ mi avete fatto scendere la catena definitivamente)

My name is six letters: G I U L I A. Not Guilia, nor Giuilia. I specify it because I need it spelled right on documents and invoices.

Thanks and Regards (e sticazzi),

Giulia”

Sottotesto: Vedi un po’ se l’hai presa.

(Scusate gli apostrofi al posto degli accenti, ma manco a dirlo, tastiera UK)

 

 

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A Sydney come alle Hawaii…

Quando avevo 18 anni, l’allora compagno di mia zia mi illuminò con una grande verità:

“Le ragazze che vengono trattate male, è perchè si fanno trattare male”.

Ci ho messo anni a passare da comprendere il concetto a metterlo in pratica ma ce l’ho fatta.

Venerdì notte, l’australiano con cui esco, mi manda un messaggio all’una meno venti (tecnicamente sabato), chiedendomi se avessi finito di lavorare.

Dato che l’ultima volta che ho controllato i miei documenti ho visto che Lassie non è il mio nome di battesimo… “Sì, ma sto andando a un mega festone nella Penthouse delle World Tower; visto che hai la ruskia, tu nel frattempo puoi googlare ‘suca’ e vedere un po’ se l’hai presa”.

Usare il punto e virgola, dite quello che volete, ma fare fa.

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Pensavo fosse amore e invece era un calesse.

Nel mio frigorifero c’è della verdura andata male. Il che può verificarsi solo in due casi:

  • morte
  • estremo malessere

Perchè io sono onnivora, ma sono stakeholder della produzione di vegetali a livello intercontinentale.

E’ che ci sono momenti nella vita in cui sparisci, anche da te stessa, dal mangiare, dal cucinare, dal vivere.

Io lo sapevo che questa “storia” sarebbe finita male, per me. Lo sapevo e lo dissi, fin dall’inizio. Ma niente. Caparbia come mio solito mi ci sono tuffata dentro. Ci sono stati momenti in cui mi è sembrato che le cose evolvessero (perchè lo stronzo è notoriamente abile nel suscitare ambiguità), fino a capire che no, erano finzioni ben architettate e basta.

La situazione è sempre la medesima: ti trovi ferita dal cretino di turno e ti senti anche in colpa verso te stessa, perchè a quest’ora avresti dovuto avere maggiore raziocinio; hai un’età, insomma.

E mi ritrovo a pensare alle parole di mio padre, che ha sempre sminuito qualunque sentimento, e a sentirmi ridicola a soffrire per “amore”, che fa tanto 15enne. E se da una parte mi dico che l’opinione di mio padre poco importa, dall’altra non posso dargli torto, i problemi nella vita sono altri e le persone vanno e vengono.

Quello che mi solleva è che so come vanno queste cose. Soffri per lo stronzo, perchè è stronzo, ma con questa consapevolezza sai che passa, e abbastanza in fretta anche. Basta eliminare i contatti con la persona in questione per spezzare il meccanismo “vittima-carnefice”, e riacquistare obiettività. Così da guardarsi indietro e dire: “ma io stavo male per quello lì? avevo sentimenti per quello lì? vedevo un futuro con quello lì? cioè ma davvero? ma QUELLO LI’???”

E tutto si ridimensiona in un attimo. Vedi le cose per quello che sono, un’illusione infranta, non una realtà perduta.

Così domani sera andrò ad ascoltarmi il discorsetto da mezzo uomo quale è per cui “tu sei bella, sei interessante, sei intelligente con te sto bene…”. Quelle boiate lì. Il cui sottotesto è sempre che… c’è qualcuna più bionda di te e con delle tette più grandi delle tue. Perchè ci sono persone così. Profonde, sensibili, empatiche. E una ci esce anche, perchè fare l’immigrata di per sé, non è abbastanza faticoso, aggiungiamoci un coefficiente 3 di difficoltà, dettato da leggi masochistiche, sennò non va bene.

Pensavo di spiegargli la mia visione delle cose, ma a che pro? Perdere ulteriore tempo con chi non ne merita affatto. E vi assicuro che con gli australiani è decisamente estenuante, perchè hanno la maturità emotiva di un bambino di cinque anni, e non se ne esce. Non si può fare un discorso adulto, non si può condividere in maniera costruttiva. Gli mancano le basi. Ma questo è un discorso più ampio che riprenderò in seguito, ché adesso devo andare a dormire.

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Allez les bleus

“Charmante Giulia, je revis crois moi une pensée pour toi… Je suis libre la semaine prochaine, on se verra si tu veux… Baci”.

Francesi.

Il primo problema con i francesi è che non capisci mai se sono gay o se sono semplicemente francesi.

Il secondo problema è che, se sai che non sono gay, non sai mai se ce stanno a prova’ o se sono semplicemente francesi.

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Il mestiere di vivere

Il mestiere di vivere. Io non l’ho ancora imparato.

Sono a Sydney da un anno e un mese e non mi muovo, anche se qui la vita è carissima, anche se qui gli immigrati sono tanti e le opportunità poche. Specialmente se come me non hai un profilo tecnico altamente specializzato.

Non mi muovo perchè quando sei da solo dall’altra parte del mondo, ti aggrappi a ciò che ti sembra anche solo minimamente familiare e ricominciare da zero, anche solo a 50km di distanza sembra così faticoso…

Oggi sono triste. Sono triste perchè sono una cretina impulsiva e sentimentale, e non ho ancora imparato a essere diversa, per vivere meglio.

Questa mattina mi hanno chiamata dal lavoro, alle ore 8. Anzichè fare finta di nulla mi sono messa a sbuffare. Lui preparava la valigia per il suo weekend con gli amici e mi ha chiesto che cosa non andasse.

  • Nulla, non c’è nulla che non vada.
  • E allora perchè sbuffi?
  • Non è niente, davvero.
  • Vabbè, io vado, ciao. E sappi che essere sexy non è sufficiente.

Non potevo dirgli perchè stessi sbuffando, non posso dirgli la verità.  E questo già lo so, per cui è inutile che sbuffi, pensare prima di parlare, ma anche prima di sbuffare.

Non sono mai stata brava a mentire; a scuola, se solo pensavo di copiare, l’insegnante me lo leggeva in faccia. Non fa per me. Ma ci sono situazioni nella vita in cui non puoi fare altro, tipo quella in cui sono adesso.

Come faccio a dire a un ragazzo realizzato, super attivo e pieno di amici che mi stanno chiamando da un lavoro dal quale mi devono dei soldi che mai vedrò, per chiedermi dei favori che non mi porteranno nulla, e dove vengo sfruttata ma al momento è l’unica opzione che ho?

Come faccio a dirgli che da dieci giorni a questa parte io non so dove siano finite le mie giornate perchè mi sono chiusa in una bolla di depressione e solitudine in cui non lascio entrare nessuno?

Come faccio a dirgli che quando lo vedo temo già il momento in cui mi chiederà come sia andata la mai giornata, perchè devo inventare un milione di balle, visto che la stessa è stata composta di nulla?

Come faccio a dirgli che mi rendo conto che per cambiare la mia situazione devo agire ma non ne ho la forza? Che non so più che cosa sia il mattino perchè ho smesso di alzarmi?

Non posso dirgli tutte queste cose, perchè non voglio essere quella in una situazione di bisogno, più di quanto lui non lo percepisca già di suo. Eppure gliele vorrei dire, perchè fingere è troppo faticoso e poi si verificano situazioni come quella di stamattina, in cui sbuffo e mi lamento, senza dire perchè, e lui stizzito se ne va. E io non so se lo sentirò ancora, e capisco che non ho ancora imparato il mestiere di vivere. Perchè se c’è una cosa che non so assolutamente gestire è l’incertezza. E mi ci metto da sola, e sto lì a fissare un cellulare il cui schermo non si illumina.

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Ricominciare a scrivere

Ieri sera ero seduta a un tavolo a Darling Harbour, a mangiare paella e bere meraviglioso vino spagnolo con un ragazzo di Galway. Lui ha lasciato l’Irlanda ben prima della crisi economica, è partito ed è finito qui, in Australia. Ora ha la cittadinanza e ha appena firmato il contratto per un appartamento in una delle città più care del mondo, Sydney. Da solo, senza contatti, da zero, con la propria professionalità.

E mentre chiacchieravamo con le luci di Vivid Sydney in sottofondo, che nulla ha a che fare con la Fetes des Lumières di Lione, gli parlavo dei miei ultimi mesi in Italia, del lavoro da postina, della proposta di colloquio nell’ufficio marketing di Poste Italiane e del mio declinarla poichè avevo già fatto il biglietto per l’Australia.

Avrei potuto posticiparla la partenza per l’Australia, non sarebbe morto nessuno. Ma ero esausta, sfinita dal sistema “Italia”. Lavoro non pagato o pagato una miseria, e balle in ogni dove. Lui mi ha detto che capiva il mio sentimento, perchè ha sentito molti suoi amici parlare così e anche se non ha vissuto in prima persona quel disgusto per la terra natia che ti porta al punto di pensare che sia meglio raccogliere banane in mezzo ai serpenti in Australia piuttosto che stare con il sedere appoggiato in qualunque ufficio italiano, immaginava come io mi sentissi quando sono partita.

Stasera pensavo che siamo una generazione che vende. Che cosa non si sa. Non sanno che cosa inventarsi da farci fare (cose utili, tipo pagare chi insegna italiano agli stranieri, anzichè relegare questo mestiere al volontariato di madame annoiate e studenti fancazzisti o idealisti che dir si voglia -di cui io facevo parte- invece che lamentarsi che manca l’integrazione, quando manca la struttura di base), così ci mettono a “vendere”. Fai il venditore, così si alza il ritorno economico del business e contribuiamo alla ripresa dell’economia (se vi viene un conato era prevedibile). Che quello che devi vendere sia inconsistente non importa. Io dovevo vendere escursioni turistiche senza guida, per dire. La si cercava sul momento. O degustazioni senza accordi con i ristoratori… cose così. “Ma non abbiamo un prodotto” “tu intanto vendi… ecco vedi, non hai venduto, è per questo che andiamo in fallimento”. Certo.

Oggi è un anno e quasi due mesi che sono qui, a testa in giù. Negli ultimi mesi non ho più scritto perchè la vita di un immigrato è parecchio concitata, lo si impara emigrando. Ma non cambierei la scelta che ho fatto.

Dopo i 3 mesi nella foresta pluviale per poter fare domanda per il secondo visto sono tornata a Sydney. Non sapevo se volevo rimanerci o meno. L’Australia è così grande, e tutto è sconosciuto. Così sono andata qualche giorno a Melbourne dove ho dei parenti. I parenti sono da parte paterna, e i miei nonni paterni sono di origine calabrese. E’ stato come trovarsi dentro il mio grosso grasso matrimonio greco. Case enormi con milioni di stanze, le foto dei figli appese alle pareti, che fa tanto meridione appunto. “La figlia di Tino!”, Tino sarebbe Agostino, ovvero mio papà. Anche “Tino” fa tanto meridione. Solo che io no. Io sono nata e cresciuta in Piemonte, la famiglia paterna l’ho vista fino a quando ho avuto 14 anni un paio di volte l’anno e poi è finita lì, con la separazione dei miei genitori. A casa mia Natale dura un 3 ore sì e no, nulla a che vedere con i saturnali della Terronia. E papà come sta? e la mamma? e tu che ti chiedi se lo sanno che sono divorziati ed entrambi risposati e non sai bene che cosa dire e hai ancora il trauma del casuario che ti rincorre nella foresta per farti le budella.

La televisione è sempre accesa sulla Rai, guardano un gioco a premi e ti chiedono se lo guardi anche tu… tu non sai be ne se dire la verità, ovvero che la televisione non la guardi dal 2002 oppure abbozzare un “sì, certo”, per farli contenti.

Sono case di anziani, con l’odore del passato. E loro vivono nel mito di un’Italia che è una chimera, un posto in cui andarono nell’86. Un fratello di mio nonno cercava di ricostruire in che ospedale lavorasse mio papà l’ultima volta in cui venne in Italia, negli anni Ottanta appunto. Io non ci capivo più nulla, magari alla fine si confondeva con altri nipoti… chissà.

Mi hanno offerto di restare da loro, a gratis finchè non mi sarei sistemata. Alloggio a gratis in Australia è una cosa che non potete capire, qui dove gli affitti sono sui 200 dollari a settimana, se ti va bene. Ho rifiutato. Dopo 3 mesi senza essere libera in NIENTE, e ribadisco, NIENTE, non potevo pensare di stare a casa di nessuno, di dovermi adattare alla routine di nessuno. Ero talmente traumatizzata dall’esperienza che ho dovuto ripetermi di non essere maleducata e ringraziare per la tanto generosa offerta di persone che mai mi avevano vista nella loro vita.

Li ho lasciati nella loro malinconia e sono tornata nella mia solitudine a Sydney, ma di questo parlerò successivamente.

Ah, poi l’irlandese mi ha baciata, mentre c’erano i fuochi d’artificio. Hai capito l’irlandese…

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